László Nemes torna a Venezia con Orphan, un dramma storico che scava nel cuore del passato
László Nemes, il regista ungherese noto per Il figlio di Saul, vincitore dell’Oscar nel 2016, torna in Italia con Orphan, presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia. Il film racconta le ferite del Novecento attraverso gli occhi di un ragazzino ebreo nella Budapest del 1957, subito dopo la fallita rivolta contro il regime comunista. Nemes evita di cadere in una storia superficiale, immergendo lo spettatore nelle vicende umane più profonde. Il suo lavoro riflette quella sua attenzione ai dilemmi etici e umani che ancora oggi segnano la società.
Orphan nasce da un ricordo di famiglia diventato cinema
Orphan prende vita da un episodio vissuto dal padre di Nemes a dodici anni, un ricordo che il regista definisce come un “inseguimento” che ha lasciato un segno indelebile nella sua vita. Nemes si concentra sulle ombre del Novecento, quei traumi che ancora influenzano il presente e forse anche il futuro. Le ferite della storia si intrecciano con la memoria personale e diventano il motore di un film che esplora come gli eventi storici cambiano la vita delle persone comuni.
Nemes ha sempre evitato di raccontare la storia come una semplice cartolina. Vuole portare lo spettatore dentro un’esperienza che mostri la complessità degli esseri umani, con tutta la loro sofferenza e speranza. Sa bene che mettere in scena il passato richiede un equilibrio tra fatti ed emozioni, per trasformare la memoria in qualcosa di vivo, evitando racconti freddi o didascalici. Orphan rientra in questo percorso, con l’obiettivo di far emergere le fragilità umane attraverso personaggi che incarnano le contraddizioni di un’epoca difficile.
Andor e Berend: padre e figlio in un’ombra di mito e realtà nella Budapest comunista
Al centro della storia c’è Andor, un ragazzo ebreo cresciuto con un’immagine idealizzata del padre, una figura assente e mitica che la madre Klara ha costruito per lui. Andor è interpretato da Bojtorján Barabás, giovane attore ungherese. La Budapest del 1957, pochi anni dopo la repressione della rivolta contro il regime comunista, fa da sfondo a questo dramma famigliare. L’arrivo improvviso del vero padre di Andor, un macellaio violento chiamato Berend, sconvolge tutte le certezze del ragazzo. Gregory Gadebois interpreta questo personaggio, che incarna la brutalità e le contraddizioni di un passato tormentato.
La storia si concentra sul rapporto difficile tra Andor e il padre biologico, che cerca di imporsi con metodi duri e autoritari. Andor, invece, si aggrappa al ricordo idealizzato del padre e alla figura materna, rimanendo fedele a un’immagine costruita sui racconti e sulla nostalgia. Klara, che ha protetto Andor dopo la guerra con la complicità a pagamento del macellaio, è interpretata da Andrea Waskovics. È il nodo emotivo da cui si dipana il conflitto familiare e storico.
Attraverso questi personaggi, Orphan racconta la sfida di fare i conti con una realtà che non corrisponde alle aspettative, il passaggio dal mito alla verità, dal sogno alla delusione. Ambientare la vicenda dopo la repressione della rivolta ungherese dà al film un contesto storico preciso e mette in evidenza le tensioni sociali di quel periodo.
Il cinema per esplorare l’umanità e aprire il dialogo
Nemes sottolinea che, in un mondo segnato da guerre e conflitti, il cinema deve creare relazioni autentiche e stimolare la riflessione senza imporre messaggi o manipolare chi guarda. Vuole offrire opere aperte al libero pensiero, capaci di comunicare con il pubblico con onestà e sincerità emotiva.
Il regista, di origine ebraica, riflette sulla duplice natura dell’umanità: umanismo e antiumanismo si scontrano continuamente nella civiltà. Questa tensione ha prodotto le tragedie del Novecento e resta un tema centrale oggi. Per Nemes, il cinema e l’arte devono mostrare questa complessità senza semplificare, mettendo in luce emozioni e scelte morali. Domandarsi se si è umanisti o antiumanisti significa scavare dentro di sé e capire come la propria visione influenzi le azioni.
Orphan è un tentativo di raccontare la storia da un punto di vista intimo e umano, mettendo in luce fragilità, crudeltà e speranza in una famiglia segnata dal trauma e dalla politica. Nemes lascia allo spettatore la libertà di interpretare fatti e sentimenti, senza spingerlo verso una morale già scritta.
Venezia accoglie Orphan, un altro capitolo nel racconto storico di Nemes
La presentazione di Orphan alla Mostra del Cinema di Venezia conferma la strada di Nemes, che continua a raccontare il Novecento con uno sguardo personale e rigoroso. Il film segue Il figlio di Saul, spostando l’attenzione dalla Shoah ai conflitti e alle tensioni del secondo dopoguerra, in un contesto segnato da eredità complesse.
Il cast mescola giovani attori ungheresi e qualche nome internazionale, mantenendo un forte legame con la realtà locale. Così si valorizza il rapporto tra storia nazionale e memoria individuale, dando voce a storie spesso dimenticate dal grande racconto politico.
Nemes, pur rispondendo a domande su temi delicati come la situazione a Gaza, evita di politicizzare direttamente il film. Ricorda che il cinema non deve sostituirsi al dibattito politico, ma creare uno spazio di incontro basato su rispetto e comprensione. Questo lo distingue come autore attento a coinvolgere senza manipolare, a raccontare senza giudicare.
A Venezia Orphan si presenta come un’opera intensa, dedicata a storie di famiglia e conflitti interiori, un racconto che va oltre la storia ufficiale per mostrare l’umanità che resiste anche nei momenti più duri.
