La nuova serie “un prophète” svela il carcere come specchio delle contraddizioni sociali contemporanee

di Roberta Ludovico

La serie "Un prophète" mette a nudo le tensioni sociali dietro le sbarre. - Ilvaporetto.com

La prossima serie tv “Un prophète”, ispirata al celebre film del 2009 di Jacques Audiard, debutta alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e sarà trasmessa su Canal+ nel 2026. Con otto episodi ambientati in una prigione di Marsiglia, racconta la storia di Malik, un giovane africano catapultato in un sistema carcerario che riflette le tensioni e le dinamiche della società moderna. La produzione franco-italiana ha scelto la Puglia per le riprese, dove è stata ricostruita la prigione che ospita il racconto.

Una storia di potere e sopravvivenza nel carcere di marsiglia

Il protagonista Malik, interpretato da Mamadou Sidibé al suo primo ruolo cinematografico, finisce dietro le sbarre dopo un incidente durante una consegna di droga a Marsiglia. Il crollo di un palazzo interrompe il traffico e lo mette nelle mani della polizia. La sua scelta di non rivelare complici lo conduce in prigione, dove incontra Massoud , un uomo d’affari potente e controverso con un passato politico. Massoud offre a Malik protezione in cambio di obbedienza, ma presto il giovane si accorge di essere solo uno strumento nelle mani di un sistema più grande.

La narrazione illustra la complessità delle alleanze dentro il carcere, che replicano i rapporti di potere esterni, tra criminalità, politica e ambizioni personali. La storia di Malik si intreccia con quella di altri personaggi interpretati da Ouassini Embarek, Salim Kechiouche, Nailia Harzoune e Moussa Maaskri, ognuno con motivazioni e conflitti precisi.

Il carcere come riflesso delle dinamiche sociali e politiche contemporanee

La serie affronta un discorso che va oltre le mura della prigione, evidenziando come l’ambiente carcerario rispecchi le divisioni e le tensioni della società esterna. Questioni come la discriminazione, la corruzione politica e la criminalità organizzata si mescolano alla vita dietro le sbarre. Il riferimento al crollo dell’edificio abusivo, al centro della trama iniziale, si lega a problemi reali della città di Marsiglia e della sua periferia, segnate dalla precarietà e dall’illegalità.

La figura di Massoud rappresenta questo intreccio tra affari loschi, potere politico e sistema giudiziario, dando alla serie un tono che va oltre il semplice dramma carcerario per offrire una critica sociale profonda. Il modo in cui la serie esplora il carcere come uno specchio fedele delle contraddizioni esterne porta a una narrazione densa e attuale che punta alla realtà più che al romanzesco puro.

Una lavorazione tra Italia e Francia per un racconto autentico

La serie è frutto di una produzione franco-italiana che ha scelto la Puglia come location principale. Qui sono stati allestiti set che riproducono la prigione marsigliese con un cast tecnico internazionale. Il produttore Marco Cherqui ha puntato sul regista Enrico Maria Artale per la sua capacità di portare una visione personale, senza timori reverenziali verso il lavoro di Jacques Audiard.

Artale – che ha nel suo curriculum film come Il terzo tempo e serie come Romulus – si è immerso nella realtà carceraria francese prima delle riprese. Ha visitato diverse carceri e si è confrontato con ragazzi che hanno scontato la pena, spingendosi oltre l’immagine stereotipata dei detenuti. Dalle sue testimonianze è emerso un ritratto umano che racconta anche momenti di riflessione e crescita personale nati proprio dentro la reclusione.

Questa preparazione ha permesso di bilanciare la fedeltà alla realtà con l’esigenza di raccontare una storia che possa raggiungere aspetti universali senza sacrificare il rigore sociale.

Il ruolo dei giovani nelle dinamiche criminali raccontate nella serie

Un aspetto che la serie mette in luce è la presenza sempre più marcata di giovani nel circuito criminale, anche in Francia. Malik rappresenta questa generazione giovane e spesso invisibile ai margini della società. Le conversazioni avute dal regista con ex detenuti hanno mostrato come la criminalità coinvolga sempre più spesso adolescenti e ragazzi poco più che ventenni.

Presentare questi protagonisti non come vittime o mostri ma come persone complesse, a volte nobili, è stato l’obiettivo dichiarato dagli autori e dal regista. Il carcere diventa così uno spazio dove emergono riflessioni su identità, potere e sopravvivenza, ma anche sui fallimenti sociali che portano questi giovani a scontrarsi con la legge.

La serie “Un prophète” disegna un quadro dove la pena detentiva si intreccia con un percorso personale e sociale; un racconto che invita a guardare oltre la superficie e a considerare i rapporti tra individui, comunità e sistema politico che influenzano la vita dentro e fuori le mura del carcere.