Antonio Zagari, dal killer della ‘Ndrangheta al racconto di una ribellione nel Nord Italia
Il viaggio di Antonio Zagari, ex membro della ‘ndrangheta e primo pentito della mafia calabrese, arriva al cinema con il film “Ammazzare stanca” di Daniele Vicari. La pellicola ripercorre la tormentata storia di un uomo cresciuto tra la violenza mafiosa e il desiderio di libertà, raccontata in un libro autobiografico unico nel suo genere. Ambientata tra Calabria e Lombardia, la vicenda mette a fuoco le contraddizioni di una vita segnata da un’eredità oscura che si cerca di rifiutare.
Antonio Zagari, da killer della ‘ndrangheta a scrittore di se stesso
Antonio Zagari nasce in una famiglia mafiosa radicata in Calabria, figlio di Giacomo Zagari, un boss che incarna la tradizione della ‘ndrangheta. Cresce nelle realtà dure della criminalità, spostandosi poi al nord, in Lombardia, dove la sua famiglia si era trasferita per espandere i propri affari. Nel corso degli anni, Zagari lavora come killer, seguendo le rigide regole imposte dal clan e dal padre. La sua esperienza è raccontata da lui stesso nel memoriale “Ammazzare stanca“, pubblicato la prima volta nel 1992 e poi ristampato nel 2008.
Il libro rappresenta una testimonianza diretta e personale, con uno stile crudo, quasi sgrammaticato, che riflette la provenienza popolare di Zagari. Nonostante la scarsa alfabetizzazione, riesce attraverso la scrittura a porsi domande complesse sulla sua vita e sulla condizione di chi vive nella schiavitù della mafia. Attraverso questo testo emerge un percorso di crisi e di ribellione: Zagari inizia a mettere in discussione il proprio ruolo di assassino, dando voce al desiderio di uscire da quel mondo di sangue. Nel 1990, decide di collaborare con la giustizia diventando il primo pentito della ‘ndrangheta, un gesto dalle conseguenze pesanti ma simbolo di un tentativo di libertà personale.
La diffusione della ‘ndrangheta tra Calabria e Lombardia negli anni ’70-’80
Il contesto della storia di Zagari si muove tra gli anni ’70 e ’80, quando la ‘ndrangheta intensifica la sua presenza al nord Italia, soprattutto in Lombardia. Questo fenomeno è legato ai legami familiari forti, alla struttura gerarchica che impone il rispetto assoluto ai boss locali e al codice di silenzio. Le nuove generazioni, come Antonio, crescono dentro queste dinamiche, tra intimidazioni, violenza e imposizioni stringenti.
Il padre, Giacomo Zagari, incarna la figura autoritaria e tradizionalista che non accetta deviazioni dal percorso criminale. Vuole il figlio come un soldato obbediente, uno strumento per affermare potere e controllo. La pressione familiare e mafiosa soffoca ogni possibilità di scelta autonoma. Il nord, vista come terra di opportunità economiche, diventa una nuova base operativa per la ‘ndrangheta, ma rappresenta anche il luogo della contraddizione per chi, come Antonio, in quella realtà soffoca le prime pulsioni di ribellione.
La narrazione mette in luce la violenza reale e la complessità dei rapporti umani dentro queste famiglie criminali, dove non si uccide soltanto per intimidire, ma anche per mantenere un sistema di dominio interno. La storia sociale che si delinea è fondamentale per comprendere come la mafia abbia radicato il proprio potere attraverso questa doppia anima: la violenza e la famiglia.
“Ammazzare stanca”, il film che racconta la lotta per la libertà interiore di un ex killer
Il progetto cinematografico diretto da Daniele Vicari porta sul grande schermo la vicenda di Antonio Zagari con un approccio che esplora la dimensione psicologica del protagonista. Il film “Ammazzare stanca” è stato presentato nel 2025 alla Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Venice Spotlight, ricevendo attenzione soprattutto per il modo in cui restituisce la complessità di un uomo diviso tra la fedeltà al clan e la voglia di scappare da quella vita.
Gabriel Montesi interpreta Antonio Zagari, affiancato da Vinicio Marchioni nel ruolo del padre Giacomo. La pellicola mostra la lotta interna del giovane che non riesce a dire un semplice “sì” al suo destino segnato. C’è spazio anche per personaggi femminili come Angela, interpretata da Selene Caramazza, che rappresentano un’alternativa possibile a quella cultura mafiosa.
La scelta di Vicari di basarsi sul testo autobiografico di Zagari permette di narrare il rapporto con la violenza sotto una luce meno convenzionale. La riflessione sul significato dell’uccidere emerge come tema centrale: Zagari racconta episodi di morte con un distacco quasi narrativo, che sembra procedere per gioco o curiosità, ma rivela la perdita graduale di sé che ogni atto di violenza comporta. Per lui, uccidere equivale a perdere una parte della propria identità.
La pellicola, prodotta da Mompracem e Rai Cinema, uscirà nelle sale italiane il 4 dicembre 2025 con 01 Distribution. Questo film offre uno spaccato crudo e umano della mafia, lontano dal glamour criminale, e punta a raccontare la fragilità di chi vive prigioniero della paura e della lealtà forzata.
La violenza e la libertà: riflessioni sul significato di uccidere secondo Zagari e Vicari
Il tema dell’omicidio è fondamentale nel racconto e nel film. Zagari racconta la sua esperienza di killer riflettendo sul peso delle azioni compiute e sull’impossibilità di riconoscersi in chi uccide senza freno. La narrazione mette in evidenza come uccidere significhi negare una parte di se stessi, un percorso che non si limita all’atto fisico ma coinvolge l’intera esistenza.
Vicari, che ha letto il libro molti anni fa, sottolinea come queste riflessioni siano ancora attuali, perché la società sembra aver normalizzato nuovamente la violenza letale nella vita quotidiana. La possibilità di infliggere morte in situazioni di conflitto personale, o in ambienti di tensione, torna a essere un fatto concreto e non più solo un elemento da film o cronache distanti.
Nel dialogo con la realtà contemporanea, la storia di Zagari evidenzia la distanza tra la routine di chi commette violenze senza riflettere e la coscienza di chi si trova a fare i conti con una responsabilità devastante. Il libro e il film suggeriscono che uccidere non è un’azione neutra o priva di conseguenze interiori. Ogni omicidio cambia chi lo compie, portandolo a perdere parte della sua umanità, condannandolo a un conflitto interiore senza fine.
Questa prospettiva nerbo del racconto fa emergere, nel panorama italiano, una questione morale e sociale che il pubblico è invitato a considerare senza sconti o retorica. La storia di Antonio Zagari resta un viaggio dentro la coscienza di chi ha scelto di ribellarsi a un destino scritto dalla violenza e da un codice familiare implacabile.
