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“A musica nun fa male a nisciuno”

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Nel brano “Dimmane comm’ ajere “ c’è la frase “E hai voglia ‘e perdere ‘na vita sana appriess a me ca nun so’ mai cresciuto”. Questa tematica dell’essere e restare bambino ripercorre vari brani. Me ne parli?
Sono rimasto legato all’essere “criaturo” nella maniera che più mi piace, quella più innocente e bella. Ritorna nelle canzoni perché mi sento così… se magari riuscissi a dirlo anche a 70 anni “nun foss male”. Bisognerebbe mantenere uno stupore nei confronti delle cose della vita, secondo me. Questa curiosità è, poi, tipica anche del mio approccio alla musica e spero di non perderla. Ci sono persone che non l’hanno persa, persone che io ascolto e che amo, come ad esempio Paul Simon, che sono riuscite a preservare questo aspetto. E’ un qualcosa che si sente nella musica, nel modo di scrivere, di suonare e di comporre. Considera che Simon ora ha 76 anni e, secondo me, con l’ultimo disco che ha fatto, è riuscito a preservare e raccontare quella bellezza nel modo di vedere le cose. Esprime concetti “enormi” in maniera semplice; sembra quasi un disegno di un bambino. E’ una magia veramente grande.

Non credi che sia un talento quello di raggiungere una certa popolarità e al contempo preservare una semplicità vera?
Si, è assolutamente così. Spesso questo aspetto, questa semplicità, è costruito, come talvolta anche l’impegno sociale. Per quanto mi riguarda io non conosco altro modo per approcciare a quello che faccio e al pubblico se non quello di essere me stesso. “Chest è a verità, anche pecchè nun me piac pe’ nient chi s’atteggia a quaccosa”. La parte dell’artista o del cantautore mi sta stretta, “me mett proprio n’ansia nguoll sta cosa”… è come se io dovessi saper fare le canzoni, ma le canzoni mi “capitano”.

In che senso ti “capitano”?
Mi capitano sensazioni, immagini date da qualcosa che è successo o che ho immaginato, e in qualche modo entrano in metrica, suonano bene, mi semplificano un concetto che per me è molto più grande. Insomma, se dovessi dirti come si scrive una canzone, “nun te putess aiutà”. Ogni volta che mi succede di scrivere, 15 minuti dopo mi sono già dimenticato com’è successo, e mi dico: “E’ stat bell… ma quann succer n’ata vota?”. Ci sono degli stimoli che partono dall’esterno , che poi muovono qualcosa dentro e confluiscono in una canzone, che è un pezzo di cuore, di anima. E’ un modo di mettermi a nudo. Anche sul palco “nun t’e vesti’ di qualcosa che non sei”… sei solo un fortunato a cui sono uscite bene alcune canzoni e che può “campare” di questo. Oggi siamo nell’epoca del palcoscenico, un’epoca in cui conta poco esprimersi: l’attenzione verso i concetti è passata di moda. Forse la musica si ascolta ancora abbastanza, ma le vendite dei libri sono nettamente calate. La forma è cambiata e penso sia necessario trovare il modo giusto di dire le cose.

La vostra musica che forma ha scelto?
Sebbene io ritenga che oggi sia importante essere concisi, ci sono stati esperimenti che mi hanno dimostrato il contrario: “La confessione” è un pezzo lunghissimo, con sei strofe e tre ritornelli, e sorprendentemente ai concerti il pubblico la canta parola per parola. Per me è stupefacente che in un’epoca come questa si conosca un testo così lungo.

“Comm a ‘nu popol senza caten nnammurato d’o padrone”. Come contestualizzi questa frase che appartiene a “Palomma e mare”? Questo atteggiamento che descrivi è parte della natura umana o è un problema di sottocultura?
Penso che sia un problema di sottocultura. Riprendendo quello che diceva Troisi, che per me è uno dei pensatori più belli che Napoli abbia mai avuto, prima il nemico si conosceva, mentre oggi c’è un potere subdolo e le persone si sentono in gabbia, incatenate, ma non sanno con chi prendersela. Oggi siamo tutti quanti in gabbia, probabilmente il telefono è una delle cause, ci ha schedati tutti.

In “Te vengo a cerca’” canti “Je mo part nun me fa sentì a paur”. Di che paura si tratta?
Della paura in generale. Tutte le volte in cui si lascia una frase indefinita è volutamente indefinita. Ognuno può interpretare quella paura a seconda di ciò che prova. Questa è la cosa magica. In generale quando scrivi una canzone, appena alzi la penna non è più tua, “l’e pers”. E’ di chi ne ha bisogno.

Quindi non c’è mai un messaggio ben definito che vuoi che arrivi?
Il messaggio c’è sempre, ma non c’è la volontà che arrivi il mio messaggio, il mio bisogno, altrimenti non potrei soddisfare il bisogno altrui.

Come avete vissuto la selezione per la targa Tenco?
Onestamente non ero per niente preparato all’idea… è stata una sorpresa. Mi sono svegliato una mattina e ho trovato tutti questi messaggi. Bello. In ogni caso direi che non sono fan dei premi e delle competizioni in generale. Sarebbe stato sicuramente bello vincere, però non credo che dovrebbe essere questo lo scopo della produzione artistica.

Quindi non parteciperesti a Sanremo?
Al momento no. Certo, potrei cambiare idea perché ogni cosa è soggetta a cambiamento. Però la musica “nun po’ essere na gara”. Non si può decidere chi suoni meglio. Una canzone dovrebbe essere vista come un modo di mettersi a nudo e le emozioni di uno non possono essere migliori di quelle di un altro. E’ tutto talmente soggettivo che non si può dire “Chill è o buon e chill è o malament… a music nun fa male a nisciun”.

Una curiosità: sul palco non ti annoi mai a suonare sempre la stessa musica? Le stesse canzoni?
No perché se ci credi veramente è “‘na novità ogni vot”. Ogni volta che suoni provi qualcosa di diverso, interessante: la musica ti dà sempre la possibilità di aggiungere qualcosa di nuovo. Secondo me è difficile stancarsene.

Hai mai pensato di staccarti dal gruppo?
Tutto può succedere. Per ora ci sto bene, siamo una famiglia, stiamo bene insieme. Abbiamo un bel modo di vivere e condividere le cose. Anche se i rapporti umani sono strani… si sono sciolti Simon&Gurfunkel, i Beatles, ma sia Simon che Lennon sono rimasti autentici, meravigliosi.

La frase “o stess sole c’abbrucia e ce fa ‘nnammura” indica un profondo senso di uguaglianza tra popoli. Lanciamo un messaggio di umanità in questo periodo buio, di muri e nuovi razzismi?
In tutte le canzoni provo a diffondere un senso di umanità. Oggi sembra quasi una messa in scena quella che stanno facendo Salvini&Company. Probabilmente ci stiamo dimenticando che se oggi ce la passiamo male la colpa non è di chi sta peggio. Le parole del nostro Ministro degli Interni e di tanti altri sono solo elementi di distrazione di massa che spostano l’attenzione dalle magagne governative per concentrarla su chi è più vulnerabile. Si sta perdendo umanità… quando c’è stato l’episodio di Acquarius ho letto alcune delle frasi più disumane che abbia mai sentito. Ci vuole coraggio solo a pensarle certe cose, figuriamoci a scriverle. Fortunatamente conosco tante persone disposte ad aiutare e a mettersi in gioco.
Spesso mi torna in mente quello che abbiamo vissuto durante il viaggio in Senegal. Eravamo ospiti a casa di Laye Ba e nel villaggio c’erano tantissimi bambini (sempre sorridenti pur non avendo niente). C’è un’usanza in Senegal: una volta a settimana si fa un regalo ai bambini del quartiere. Appena arrivati volevamo onorare questa tradizione e quindi facemmo una spesa in un negozietto. Ci rendemmo conto che per dare da mangiare a 40 bambini avevano speso solo 6 euro. Con 6 euro abbiamo sfamato 40 bambini! Tra l’altro quello era anche il periodo in cui ci sentivamo poverissimi; io tutto quello che guadagnavo lo reinvestivo comprando nuovi strumenti. Eppure con così poco eravamo riusciti a fare tanto. Che cosa devo pensare quando si dice che non si può aiutare l’Africa? “Fa mal nu fatt del genere”.

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