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ANGELO FORGIONE sul 25 aprile: “Liberi, come no”

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“Ci hanno detto di festeggiare la Liberazione il 25 aprile – analizza lo scrittore e giornalista Angelo Forgione -, ma non erano liberi tutti, non ancora il Nord-est, e la guerra neanche era finita ufficialmente. Non ci hanno detto di festeggiare il 29 aprile, la data della “Resa di Caserta”, firmata dai tedeschi nella reggia borbonica, quartier generale delle forze alleate in Italia. Quel documento fissò il cessate il fuoco per il 2 maggio, ma neanche questa data ci hanno detto di festeggiare. No, festeggiamo il 25aprile. Perché mai? Quello fu il giorno in cui furono liberate Milano e Torino, con rivolta resa certa negli esiti dagli accordi dell’operazione “Sunrise”, condotta segretamente in Svizzera e occultata dalla storiografia ufficiale per non sminuire lo spirito partigiano ma decisiva per risparmiare ai territori del triangolo industriale ulteriori distruzioni.

Sì, dimentichiamo Caserta e la pace ufficiale, dimentichiamo le piaghe sociali di Napoli e del Sud, amplificate irreversibilmente da 18 lunghi mesi allo sbando tra il settembre ’43 e l’aprile ’45, pur di festeggiare proprio la liberazione del triangolo industriale, quello che sarebbe stato rimesso in piedi dal piano Marshall. Festeggiamo quella che le forze politiche del “vento del Nord” battezzarono “Secondo Risorgimento”, e non a caso, perché furono proprio Milano e Torino a trarne vantaggio più di tutte quando, a finanziamenti americani in tasca, Angelo Costa, presidente di Confindustria, respinse la proposta di Giuseppe Di Vittorio di investirli per creare fabbriche anche al Sud e riequilibrare il Paese nato male ottant’anni prima.

Già, gli americani, quelli che i soldi li tirarono fuori per guadagnare influenza sull’economia europea, per epurare il comunismo e per arginare il Blocco sovietico, mica per spirito democratico cristallino. Divenimmo satelliti degli States, occupati pacificamente dopo aver raggiunto la liberazione militare, e loro, che dei mafiosi antifascisti si erano serviti per guadagnare terreno, ci diedero in eredità i rapporti tra la loro potente mafia e le nostre, il salto di qualità dei nostri malviventi attraverso il traffico di stupefacenti tra i porti statunitensi e quelli del nostro Sud, mentre Milano è Torino si rendevano protagoniste del “miracolo economico”, compiuto con milioni di braccia meridionali.
Sempre meglio della dittatura armata, certo, ma non è che io, meridionale, mi senta proprio libero. Semmai in una prigione senza sbarre, senza mura e senza catene. Perché in Italia tutto si può ridiscutere tranne che il Risorgimento e la Liberazione, le due vere ferite del Sud.”

Se volete, approfondite su Napoli Capitale Morale (edizioni Magenes).

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