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La Damnatio memoriae “perpetua” di Napoli, ovvero come rendere subalterna a vita una cultura millenaria

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Di Vincenzo Vecchia.

Già con la colonizzazione del Sud Italia e con essa anche di Napoli operata dai Savoia a partire dal 1860, la nostra nobilissima città di Napoli subì la “Damnatio memoriae” o condanna della memoria, una pena particolarmente aspra che veniva riservata soprattutto ai traditori ed ai nemici dell’antica Roma e del Senato romano e che consisteva nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona, come se essa non fosse mai esistita. Così vennero cancellati toponimi importanti come “Llargo ‘e Palazzo” che divenne Piazza del plebiscito o “Llargo d’ ‘e ppigne” trasformato in Piazza Cavour.
Questa ignobile pena non riguardò solo i nomi che “descrivevano” i luoghi ma anche e soprattutto il suolo, il territorio che, trasformato per l’avidità di trarre un personale profitto da parte di pochi a danno dell’intera comunità, perse i tratti che lo connotavano, e con essi la bellezza e l’originalità che l’avevano reso famoso nel mondo. A titolo d’esempio: l’immensa e celebre spiaggia di Chiaja, raffigurata nei dipinti dal 1600 a tutto il 1800, divenne Via Caracciolo, come la vediamo al giorno d’oggi o, addirittura, le antiche “Platamonie”, caverne di tufo da cui sgorgava l’acqua “zuffregna” che gli antichi greci fondatori utilizzarono come dimore e magazzini per i loro traffici, e la stessa spiaggia antistante il Chiatamone, la nuova denominazione della precedente Platamonie, trasformate prima in borgo dei “Luciani”, con la suggestiva spiaggia e porto dei pescatori di Santa Lucia, e poi, con la speculazione edilizia di fine ‘800 e relativa “colmata”, in borgo residenziale per ricchi ed agiati proprietari.

Si potrebbe pensare che la iattura della perdita di memoria sia stato un fatto compiuto e finalmente terminato ma non è così, perché in concomitanza del restyling delle strade del centro storico cittadino, l’antica pavimentazione in “basoli”, quelle pietre tipiche che ricoprivano e coprono tuttora gli slarghi, i vicoli e le strade della parte più antica di Napoli, secondo un accordo fra il Comune e la Sovrintendenza ai monumenti, verrà realizzata per un 70% con i basoli vesuviani e con un 30% in pietra etnea in manifesta violazione del codice del paesaggio e del vincolo architettonico dell’area Unesco.

E così, gli antichi basoli, quelle pietre di basalto cavate a mano dalle cave sul Vesuvio e che hanno pavimentato per migliaia di anni il suolo di Napoli e di tantissime altre città del napoletano, fra cui persino le stradine delle antiche e famose cittadine di Ercolano e Pompei, verranno sostituiti dalle pietre etnee, alterando ulteriormente l’identità storica e culturale del nostro glorioso territorio.
Perché una scelta tanto poco attenta e rispettosa della nostra Memoria? Probabilmente perché le pietre cavate sull’Etna, essendo squadrate regolarmente a macchina ed avendo uno spessore uniforme saranno facilissime da mettere in posa come delle qualsiasi mattonelle e con un costo di gran lunga minore rispetto alla pavimentazione a “basoli”, che di sicuro sarebbe più costosa. Ma è proprio sicuro che un “risparmio” vale quanto uno stravolgimento di un bene prezioso e millenario che contribuisce alla nostra identità. Se per risparmiare, piuttosto che restaurare le Sette opere della Misericordia di Caravaggio esponessimo al Pio Monte della Misericordia di Napoli una sua copia, eseguita da un allievo di Caravaggio, sarebbe la stessa cosa? Lentamente, ma inesorabilmente, purtroppo, attraverso delle scelte arbitrarie di pochi ed occulti decisori, si sta stravolgendo il volto della nostra città che un po’ alla volta non è più la stessa: Piazza Garibaldi, il Borgo degli Orefici, Piazza Municipio, via Medina, Montecalvario, La vecchia dogana in via Cristoforo Colombo sono già tutti pavimentati con la pietra etnea.

Qualcuno potrebbe, poi, dire che gli antichi “basolari” non ci sono più. Sì, è vero. Quegli operai che con martello e scalpello sagomavano a mano i basoli, ne rendevano la superficie antiscivolo con una lenta e sapiente lavorazione e, poi, con un’attenta e saggia posa in opera realizzavano le pavimentazioni delle strade di Napoli che duravano decenni se non secoli, sono morti e se qualcuno è ancora vivo, ormai ha un’età che non gli consente più di svolgere quel prestigioso lavoro. Al giorno d’oggi, gli operai che sono disponibili ad operare la pavimentazione delle strade, attraverso le varie ditte che vincono gli appalti, improvvisano un’arte che purtroppo non hanno, quella dei veri “basolari”, per cui le loro opere spesso si risolvono in ulteriori danni piuttosto che in messe in opera o interventi manutentivi eseguiti a regola d’arte. Ed anche questa è un’ulteriore grave perdita di memoria, che, per essere meglio compresa nella sua gravità, potrebbe essere paragonata all’improvvisa ed immaginata scomparsa dei “pizzaioli” e della loro arte, anch’essa famosa nel mondo.

Le responsabilità della scomparsa dei “basolari” sono molteplici. Fra esse, una: la Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per Napoli e Provincia, che nel corso di decenni e decenni ha autorizzato la pavimentazione di molte strade e piazze di Napoli con i cubetti di porfido al posto degli antichi “basoli” di pietra basaltica. Autorizzazione che è andata sempre contro la nostra storia e cultura, perchè a Napoli, fino a tutti gli anni 1940, quelli antecedenti i bombardamenti della seconda guerra mondiale, la pavimentazione è sempre stata di “basoli”. Scelta, quella della Soprintendenza, che sarà stata determinata dal vantaggio delle ditte che pavimentando con i cubetti di porfido, conosciuti a Roma come sampietrini e a Napoli come “cazzimbocchi”, hanno, probabilmente, praticato tariffe alte quanto quelle che si sarebbero dovute pagare per la pavimentazione con i basoli, ma con un guadagno maggiore, forse “spartito” con dei complici a livello politico ed amministrativo. Responsabilità da imputare anche alle scelte, a dire eufemisticamente strane se non addirittura scellerate, dei tanti e tanti corsi professionali pagati profumatamente con i nostri soldi, corsi pianificati da enti privati, dalla Regione Campania o dalla Provincia di Napoli dove non se ne sia organizzato nemmeno uno che insegnasse ai nostri giovani l’antica arte del “basolaro”.
Che dire poi dell’enorme deposito dei basoli di pietra vesuviana che si trova a Piscinola, tra i pilastri della sopraelevata che conduce alla stazione del metrò lontana pochi passi. Montagne e montagne di lastre di pietra basaltica vesuviana, accantonate e ricoperte da polvere di anni ed anni di abbandono, dopo essere state divelte dalle strade della città durante i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria eseguiti nel recente passato, dove, fra l’altro, su alcune di queste pietre si nota ancora nitida la spicconatura di scalpellini del Settecento e dell’Ottocento.

Eppure, come detto dall’assessore alle infrastrutture e al trasporto del Comune di Napoli, dott. Mario Calabrese, quei basoli sono di proprietà di Palazzo San Giacomo, che di volta in volta decide cosa farne. Tutto materiale, quindi, a costo zero, rispetto a quello delle pietre etnee, che attende impaziente di essere utilizzato per restituire ai Napoletani ed alla loro città il respiro di Cultura millenaria, di autentica Tradizione e di raffinata bellezza propri di una delle più grandi Capitali europee e del mondo.

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