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Cardamone – l’estate che non c’è

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Mai prima di quel tempo, la memoria ci riconduceva ad un’estate così strana che aveva nonostante tutto qualcosa di magico

Le valli piene di sfumature attendevano il colore giallo oro che le rendeva uniche da sempre. La stranezza del tempo ricordava sempre di più la mano di colore della regina dell’estate.

Nel frattempo, tra gli abitanti della valle e dei boschi, tutto procedeva come sempre lento, a ritmo dei canti gioiosi, l’unico inconveniente che ben presto si delineò pericoloso era la pioggia continua e devastante.

Il popolo dei ricci aveva deciso di costruire una roccaforte sull’altopiano di Nemev, lontano dai torrenti oramai allo stremo, con loro anche i cervi ed i lemuri e tutti quelli che avessero buon senso ed esperienza.

Nulla da dire, un’estate così non si era mai vista. In quel momento per gli abitanti del bosco iniziò la certezza  della maledizione secoli addietro inviata, e che stesse iniziando a far strada la malvagia, perfida regina dell’estate: Cardamone – la regina dell’estate che non c’è.

Solo al pensiero di nominarla un vento minaccioso, presagio di pioggia sferzava con violenza ovunque.

Capitolo I

I canatti

Ignari di tutto ciò, circondati da un’isola felice, vi era il popolo più antico e fiero e sorridente della valle, “i canatti“, una sorta di incrocio tra il gatto selvatico ed il cane domestico, forse risultato di ciò che l’uomo ha abbandonato estate dopo estate, da secoli e secoli purtroppo, e con loro la maledizione di Cardamone.

Vivere per i canatti in un’oasi così lussureggiante e lontano da tutto ciò che nel mondo esterno potesse accadere era meraviglioso, ma anche le cose belle sono destinate a finire o a cambiare. Ignari, la loro vita trascorreva serena da secoli, il loro reCuspicus” era un anziano saggio, da anni era subentrato al comando di questo popolo: una guida democratica e saggia a cui tutti facevano riferimento e ascoltavano.

Il suo volto era pacifico, sereno ed aperto, i suoi occhi erano protesi verso l’orizzonte, come quelli di un bambino con l’esperienza di un saggio.

L’evoluzione della specie portò i canatti a parlare come l’uomo, ad organizzarsi come lui, ma a non commettere ciò che l’uomo commetteva ogni giorno.

Cuspicus era però molto anziano, e sentiva che prima o poi i suoi artigli e la sua possenza sarebbero giunti al declino.

Il suo manto una volta fulvo e lucido, era bruciato e vissuto come una pianura devastata dalla siccità, era giunto il momento, e lui lo sentiva nel cuore, era giunto il tempo di designare un successore.

Accanto a Cuspicus, da sempre vi era sua nipote, una giovane peperina. Abile nella lotta e nelle armi, una grande oratrice, con un sorriso da far sciogliere in due anche il più malvagio. Dal cuore nobile e lo sguardo fiero,”Araminta” (Artemide).

Araminta non era la nipote diretta di Cuspicus, ma una trovatella, la sua storia piena di emozione e tenerezza si era intrecciata lungo il cammino del vecchio saggio.

In una giornata di diluvio fitto ed intenso, Cuspicus ritornava dopo un lungo viaggio oltre gli altipiani del Nemev all’oasi di Ares, dove il suo popolo viveva da anni serenamente.

Lungo il tragitto non certo semplice, il terreno sconnesso ed i rigoli di acqua divenuti torrentizi, non permettevano ai carri trainati dagli alasyn (cavallo metaforma delle leggende gaeliche) di procedere con sicurezza. Il suo sguardo pensieroso sia per il tempo che per ciò che aveva appreso nel mondo dei più, lo portavano a guardare oltre il paesaggio cupo, ma tra i rami recisi dal vento e dalla forza di Cardamone, Cuspicus intravide un esserino bagnato oltremisura, tremante ed in fin di vita.

Ordinò ai suoi di fermarsi, scese sotto lo scrosciare della pioggia, sfidò lampi e tuoni e la forza del vento, si chinò e si rese subito conto della grave situazione, era un neonato di canatto, lo prese, lo strinse a se e lo portò in carrozza. Ordinò ai suoi di spronare gli alasyn, per arrivare il prima possibile al castello. Il tragitto non fu niente semplice. La furia di Cardamone, sembrava infierire sempre di più contro Cuspicus e quell’esserino, ma riuscirono a mettersi al sicuro. Bastò poco a Cuspicus, guardare in quegli occhi verde mare, e perdersi nel cuore di tanta bellezza.

Decise così che avrebbe preso sotto la sua ala la piccola che aveva conquistato il suo cuore e la chiamò  Artemide

Continua…

 

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