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Dei Bambini o della Bellezza: da che “paranza” stai?

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Troppo facile l’associazione con lo stile di Michelangelo Merisi da sembrare quasi scontata. Quel caratteristico chiaroscuro che determina le sue opere rappresenta la metafora più adeguata per raccontare Napoli, da sempre caratterizzata da ampi spazi di luce e altrettante zone d’ombra.

Partenope è come un’opera di Caravaggio: mentre ti muovi sulla scacchiera della città, puoi decidere di visitarne il cuore e ritrovarti a scorgerne uno spaccato di periferia. In questa città non esistono confini definiti, il figlio di papà e lo scugnizzo possono convivere nello stesso metro quadrato o essere separati solo da un muro perimetrale.

La borghesia prova a difendersi, a modo suo, dalla prossimità della plebe la quale ricambia con quell’atteggiamento di irriverente disprezzo contro chi – si crede – in questa vita non sappia cosa voglia dire arrangiarsi per campare.

La Paranza dei Bambini“, il film tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano e premiato alla Berlinale 2019, si apre proprio con una scena di questo genere: nel silenzio della Galleria Umberto I, il salotto bistrattato della città, due gruppi di ragazzini appartenenti a fazioni opposte si contendono l’albero di Natale allestito al centro.

Il gruppo della Sanità lo porta via e vince la prima manche di una battaglia destinata a continuare. A guidare le gesta discutibilmente eroiche della banda c’è Nicola, ragazzo biondo e dalla faccia pulita che scopre troppo in fretta cosa voglia dire vivere da dimenticati in una città che lascia indietro ancora troppi figli suoi.

Sul versante opposto si staglia “La Paranza della Bellezza“, il racconto di Luca Rosini mandato in onda ieri sera su Rai 2. Le telecamere portano lo spettatore, ancora una volta e come per il primo film, tra i vicoli della Sanità, stavolta però per mettere in luce quella bellezza che nasce dal sacrificio di altrettanti giovani napoletani desiderosi di vero riscatto.

Tutta un’altra paranza, dunque – che oggi è una cooperativa sociale, nata dall’intuizione di donne e uomini che in quel rione ci vivono onestamente e rappresentano la maggioranza, ovviamente – la quale ha scelto di trasformare le proprie passioni e il loro quartiere in opportunità di lavoro.

Il teatro, i laboratori artistici e musicali rivolti ai bambini e ai ragazzi, le visite guidate nel rione e nelle catacombe sono diventate emblema di evidente risurrezione. La prepotenza della camorra, le stese e le storie criminali – che tanto appassionano la nostra Italia e che ancora fanno audience – vengono lentamente sconfitte da giovani con la schiena diritta e la voglia di restare in piedi, di non piegarsi ed essere per primi sentinelle di un territorio che appartiene anche a loro.

Non è vero che esistono due città. Non è corretto dimenarsi tra le molteplici interpretazioni scegliendo, necessariamente, da che parte stare.
Napoli la raccontano in tantissimi e ciascuno lo fa dal proprio punto di vista, a modo suo e – forse, sì – cercando anche di aggredire la crisi del mercato editoriale con quelle proposte che la gente vuole acquistare.

Tuttavia, Napoli resta una e sempre la stessa. Poliedrica e meravigliosa, intrigante reticolato di vicende e narrazioni ciascuna diversa dall’altra, contraddittoria e comunque reale.

E non serve a nessuno schierarsi dalla parte che ritiene più giusta. Lo ha fatto il sindaco di Napoli, lo fanno gli intellettuali, continueranno a farlo i cittadini. Ciò che si può imparare, però, è che Napoli la conosce solo chi la abita ed è capace di amarla così com’è, scegliendo ogni giorno di fare la propria parte per migliorarla.

Inutile “scegliersi la paranza”, dunque. Troppo semplice piangere sulla malasorte di Nicola e degli amici ribelli. Un po’ più complicato è sentirsi responsabili del perenne stato di abbandono in cui è cresciuto insieme a molti altri come lui.

Semplicissimo è apprezzare il lavoro dei ragazzi della Cooperativa “La Paranza”. Ancor più complesso è decidere, sul loro esempio, di lavorare concretamente perché esperienze di questo tipo possano ancora fiorire e moltiplicarsi.

Possiamo pure scegliere di godere lo spettacolo, sederci in prima fila ed osservare immobili che la storia si sviluppi da sola. In questo caso, però, bisognerebbe avere la delicatezza di tacere, di non giudicare e di evitare qualsiasi commenti perché – come bene esprime il proverbio – “si tutti só masti, chi a porta ‘a cardarella?“.

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