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GialloNapoletano: 1656, un infausto anno per la storia di Napoli

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È un freddo giorno di gennaio del 1656 quando la peste nera giunge nella capitale del viceregno spagnolo, Napoli. Il letale morbo arriva in città in seguito all’approdo di alcune navi spagnole provenienti dalla Sardegna (quartier generale delle truppe del viceré) e, diffusosi repentinamente a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie cittadine, strazia e dimezza violentemente il popolo napoletano. È il 1656, è un infausto anno per la storia di Napoli.

Purtroppo la terribile epidemia stronca anche le vite di numerosi artisti napoletani, ma non riesce a strappar via quella del celebre pittore Domenico Gargiulo, noto tra le strade di Napoli come Micco ‘o Spadaro (figlio di un forgiatore di spade). Pittore di splendide vedute e di scene di strada della Napoli del Seicento, Micco Spadaro diventa il più importante cronista del tragico evento. Camminando nei quartieri più affollati della città, quali quello del Porto, del Mercato o della Vicaria, registra su tela quelle raccapriccianti immagini: strade e piazze gremite di corpi senza vita.

Per fuggire dal centro cittadino dilaniato dalla pestilenza, Micco raggiunge il portone della Certosa di San Martino per chiedere ospitalità ai frati certosini, che avevano la fortuna di vivere all’interno di un complesso monastico situato sulla cima della collina del Vomero completamente al di fuori della città.
Nel 1657, scampato ormai il pericolo dell’epidemia, i frati decisero di commissionare al pittore una tela come ex-voto per rendere grazie a Dio per la fine della pestilenza. Nel “Rendimento di grazie dopo la peste” (Museo Nazionale di San Martino) la narrazione dell’evento avviene in presa diretta, con l’aggiunta dell’intervento divino che entra drammaticamente in scena, ed è ambientata in un cortile porticato che affaccia su una Napoli lacerata, ma ancora raggiante.

Qui con estremo naturalismo e fedeltà ritrattistica, Micco Spadaro raffigura tutti i frati, il priore della certosa di San Martino e il cardinale Ascanio Filomarino in preghiera. Quest’ultimo, con l’abito cardinalizio rosso, decise, come lo stesso pittore, di rifugiarsi al sicuro in quello splendido sito per non essere infettato. Tutti loro sono inginocchiati e rivolgono i loro sguardi verso la Vergine e San Bruno, santo titolare dell’ordine, i quali a loro volta intercedono presso Cristo, raffigurato mentre depone la spada d’ira ardente. In primo piano a sinistra è San Martino che ostacola la macabra allegoria della Peste e le vieta di entrare nella Certosa; al lato opposto invece è l’autoritratto dell’artista che pone la mano destra sul petto in segno di devozione e con la sinistra regge la tavolozza.

Capolavoro del Barocco napoletano, il dipinto costituisce senza alcun dubbio uno dei massimi esempi della fusione tra naturalismo caravaggesco, pittura di storia e di cronaca del tempo, vedutismo e pittura sacra: questi, solo alcuni dei generi pittorici che hanno reso unica ed inconfondibile l’arte del Seicento napoletano.

Dalla rubrica dei nostri amici (che vi invitiamo a seguire) “In arte, GialloNapoletano” che analizza, con cadenza settimanale, opere d’arte che si legano per tema, autore, luogo di composizione, scuola e storia alla città di Napoli.

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