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GialloNapoletano: Re Nasone ed il fantasma di Caracciolo

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“Il contraccolpo della rivoluzione francese venne a turbare re Nasone in mezzo ai suoi piaceri. Un giorno gli venne il desiderio di cacciare l’uomo invece del capriolo o del cinghiale.
Si rivolse al suo buon amico Nelson, gli chiese un vascello, vi salì con la regina, il ministro Acton e la bella Emma Liona e salpò per la Sicilia. L’indomani, all’alba, il re cacciava nella sua villa della Favorita, con tanto piacere e tanto slancio come se non avesse mai perduto la metà del suo reame. Intanto Championnet prendeva Napoli e una bella mattina re Nasone apprese che il mondo liberale contava una repubblica in più. Era la Repubblica partenopea.
Dopo oltre due mesi, durante i quali continuava a cacciare alla Favorita, a Monreale o ad Ilice, il re apprese che Nelson aveva lasciato Palermo per assumere il comando generale della flotta. Finalmente una mattina ricevette un messaggio con l’annunzio che il cardinale Ruffo era entrato in Napoli, che la repubblica partenopea venuta con Championnet se n’era andata e che i repubblicani avevano ottenuto una capitolazione in virtù della quale consegnavano i forti, ma avevano in compenso salva la vita.
Ma, all’inverso di quanto c’era da attendersi, Sua Maestà entrò in grande furore: gli avevano riconquistato il regno, il che era assai gradito, ma si era trattato con i ribelli, il che gli sembrava assai umiliante. Si trattava, dunque, di salvare l’onore reale lacerando la capitolazione.
Fra tutte le vittime ce n’era una che doveva essere sacra per Nelson: era il suo collega ammiraglio Francesco Caracciolo.

Dopo aver condotto il re in Sicilia con una perizia che aveva reso invidioso colui che passava per il primo uomo di guerra esistente, Caracciolo aveva chiesto e ottenuto il permesso di tornare a Napoli, dove aveva parteggiato per i repubblicani, aveva combattuto con loro, aveva patteggiato come loro. Caracciolo era riuscito a sfuggire alle prime ricerche, e quindi ai primi massacri, ma, tradito da un domestico, fu arrestato nella camera in cui era nascosto.
Non appena seppe dell’arresto, Nelson lo reclamò come suo prigioniero. Un’azione grande e generosa poteva servire non di contrappeso, ma di palliativo al tradimento dell’ammiraglio inglese; Nelson poteva reclamare il suo collega per strapparlo alla Giunta di Stato. Così si credette e si plaudì, ma Nelson reclamava il collega per farlo impiccare sul suo stesso vascello.
Alla una vennero a dire a Nelson che il condannato chiedeva di essere fucilato anziché impiccato. […] Dieci minuti dopo il corpo dell’ammiraglio oscillava sospeso a un’antenna. La sera si tagliò la corda, si legò una palla da trentasei ai piedi del cadavere e lo si gettò a mare. Erano state sufficienti dodici ore per riunire il consiglio, emettere il giudicato, eseguire la sentenza e far sparire fin l’ultima traccia del condannato.
Tre mesi di processi, di esecuzioni capitali e di supplizi avevano ricondotto la calma nella città di Napoli. Il re e la regina furono perciò avvisati che potevano rientrare nella loro capitale.

Due giorni dopo l’esecuzione di Caracciolo fu avvistata una flotta proveniente dalla Sicilia: era il re che tornava a prender possesso del suo reame. Ma, poiché non considerava ancora come assai stabile il molo di Napoli, decise di stazionare alcuni giorni nel porto e di ricevere i fedeli sudditi sulla sua nave. La sera trascorse fra i festeggiamenti: luminarie e concerto sul vascello reale.

Ora, lasciate ch’io vi dica dello strano spettacolo che rischiarò quella luminaria, che vi racconti l’inaudito evento che portò quel concerto.
Era la notte dal 30 giugno al 1 luglio, il re era stanco di tutti quei rumori, di tutte quelle adulazioni, dunque salì sul ponte, solo, e si mise a contemplare il mare calmo e tranquillo che rifletteva tutte le stelle del cielo. D’improvviso, a venti passi, in mezzo a quell’azzurra distesa un uomo sorge dall’acqua fino alla cintola e rimane immobile di faccia a lui. Il re fissa gli occhi sull’apparizione, guarda ancora, si fa pallido, vuole indietreggiare e sente che la voce lo tradisce. Allora, immobile, con l’occhio fisso, i capelli rizzati sulla testa, il sudore sulla fronte, rimane inchiodato dal terrore. Quell’uomo che esce dall’acqua fino alla cintola è l’ex-amico del re, è il condannato di ieri l’altro, è l’ammiraglio Caracciolo, che, con la testa eretta, la faccia livida, i capelli grondanti, si curva e si raddrizza a ogni movimento delle onde, come per salutare un’ultima volta il re.
Finalmente i lacci che trattenevano la lingua di Ferdinando si spezzano e si sente questo terribile grido echeggiare fin nelle visceri del bastimento:

– Caracciolo! Caracciolo!

A quel grido tutti accorrono, ma, invece di dissolversi, l’apparizione rimane visibile ad ognuno. I più coraggiosi ne sbigottiscono, Nelson impallidisce di emozione e di angoscia e ripete l’ordine dato dal re di dirigersi verso terra. Allora in un batter d’occhio il bastimento si copre di vele, sbanda e scivola dolcemente verso Santa Lucia; ma ecco – cosa terribile! – che il cadavere, anch’esso, si mette nella scia e mosso dalla forza di attrazione sembra che insegua il suo assassino.
In quel momento il cappellano compare sul ponte e il re si getta tra le sue braccia.

– Padre, padre, che cosa vuole quel morto che mi perseguita?

– Cristiana sepoltura – risponde il cappellano.

– Gli si dia, gli si dia subito! – grida Ferdinando.

L’ammiraglio, come abbiamo detto, era stato gettato in mare con soltanto una palla da trentasei legata ai piedi. Ora, essendosi il corpo enfiato nell’acqua, ed essendo il peso troppo lieve per trattenerlo nel fondo, era risalito alla superficie del mare e per un effetto di equilibrio s’era ritto dalla cintola in su; poi, spinto dal vento e trascinato dalla scia, aveva seguito il vascello.
L’ indomani fu sepolto nella piccola chiesa di Santa Maria della Catena. Dopodiché il sovrano fece la sua entrata trionfale nella capitale e regnò sul suo popolo fino al momento in cui Napoleone gli fece significare che aveva disposto del reame di Napoli in favore di suo fratello Giuseppe.
Re Nasone prese la cosa da filosofo e se ne tornò a caccia a Palermo.” (Alexandre Dumas, Re Nasone, in Il Corricolo, 1843)

Bisognerebbe, tuttavia, rettificare che non è certo che il re avesse visto il cadavere di Francesco Caracciolo: secondo la versione dello Hardy, infatti, egli ne fu avvertito dall’ambasciatore inglese Hamilton e quindi dispose per il recupero e il seppellimento del corpo.
Lo splendido, seppur macabro, episodio, in parte frutto della romanzesca penna di Dumas padre, è ricostruito in una celebre tela dipinta nel 1888 dal pittore messinese Ettore Cercone (Messina 1850 – Sorrento 1896), oggi conservata presso il Museo Nazionale di San Martino: “L’ ammiraglio Caracciolo chiede cristiana sepoltura”.

Dalla rubrica “In arte, GialloNapoletano” che analizza, con cadenza settimanale, opere d’arte che si legano per tema, autore, luogo di composizione, scuola e storia alla città di Napoli.
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