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Grand Tour – Complesso di Sant’Eligio: tra fascino e storia oscura

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La chiesa di Sant’Eligio si trova nell’omonima via, a pochi passi dal porto e stretto tra il corso Umberto e Piazza Mercato, nel popoloso Borgo degli Orefici. Il complesso è oggi seminascosto tra i vicoli di Napoli e rappresenta la chiesa gotica più antica della città, una chiesa che rischia però di essere dimenticata in quegli anfratti, tra segreti e storie misteriose.

Prima però di essere ombrata dai vicoli, la struttura ha assistito nel corso della sua storia a numerosi eventi che hanno caratterizzato profondamente l’identità della piazza e dell’intera città. La chiesa fu testimone della prigionia di Masaniello, e del suo moto rivoluzionario, giustiziato poi nella vicinissima Piazza Mercato. Anche la morte di Eleonora Pimentel Fonseca è legata indelebilmente alla storia di Sant’Eligio, insieme a tantissime altre oscure condanne storiche.

La chiesa di Sant’Eligio Maggiore fu costruita nel 1270, diventando difatti la più antica costruzione di epoca Angioina della città partenopea. Nasce nei pressi del luogo dove alcuni anni prima fu decapitato Corradino di Svevia. L’opera, fortemente voluta da tre cavalieri francesi che facevano parte della corte di Carlo I d’Angiò, fu affiancata in seguito da un ospedale.

La vicinanza tra le due strutture fece sì che nel XVI secolo don Pedro de Toledo decise di rendere il complesso religioso un educandato femminile dove poter istruire le giovani all’apprendimento delle scienze infermieristiche. Nel 1787 l’ospedale fu restaurato dall’architetto Lorenzo Schioppa.

Nel corso della storia la chiesa è stata protagonista di numerosi avvenimenti che ne hanno arricchito la sua immagine misteriosa. Nel corso del decennio francese (1805-1815) la chiesa divenne finanche una caserma, tornando ad essere un luogo religioso soltanto alla fine del decennio nel 1815. Tragico invece fu in ‘900: durante la seconda guerra mondiale la struttura fu infatti colpita da una bomba che la danneggiò gravemente, e anche per questo la costruzione che vediamo oggi è molto diversa dall’originale.

All’interno troviamo i pesanti rimaneggiamenti dei restauri effettuati a seguito della seconda guerra mondiale, ma parallelamente si conservano anche importanti opere che testimoniano l’importanza e la ricchezza della chiesa napoletana nei secoli. Tra i tanti annotiamo un dipinto di Massimo Stanzione, uno del fiammingo Cornelius Smet e un altro ancora di Francesco Solimena. Al suo interno troviamo inoltre la sala di Sant’Eligio, stanza che veniva utilizzata dai reali in occasione delle feste popolari in Piazza Mercato. Qui l’artista Angelo Mozzilo si mise all’opera con decorazioni, affreschi e tele raffiguranti storie della Gerusalemme Liberata.

Del complesso fanno parte anche due chiostri costruiti con pilastri di piperno, uno dei quali ornato da una fontana seicentesca. Fuori dalla chiesa è possibile invece ammirare l’arco quattrocentesco in pietra e mattoni che collega il campanile con un edificio adiacente alla struttura.

Sul primo dei due piani è presente un orologio, sotto la sua cornice sono scolpite due teste che, secondo una leggenda del Cinquecento, ripresa poi da Benedetto Croce, apparterrebbero alle figure di Irene Malerbi e del duca Antonello Caracciolo. Quest’ultimo, non riuscendo a conquistare il cuore della ragazza, fece arrestare il padre per poterla ricattare ed ottenere la sua mano in cambio della liberazione del genitore. La famiglia, però, si ribellò e chiese giustizia al sovrano Ferdinando d’Aragona che condannò il duca a sposare forzatamente la giovane Irene.

Il secondo piano è invece decorato con stemmi aragonesi e la leggenda narra che ospitasse una stanzetta in cui i condannati a morte trascorrevano le ultime ore prima di essere giustiziati. Tornando all’antichissimo orologio è caratterizzato da una sola lancetta, a cui segue un’altra oscura storia.

La storia che ruota attorno all’unica lancetta dello strano orologio è riconducibile alla tremenda deflagrazione della nave Caterina Costa, esplosa nel porto di Napoli poco prima della sua partenza il 28 marzo 1943. L’esplosione avvenuta alle ore 15:00 lasciò traccia in ogni angolo della città, fino a raggiungere il cuore dell’orologio che, si pensa, si fermò per una lamiera che distrusse gli ingranaggi. Per anni fino al 1993, quando fu restaurato, l’orologio segnò quel terribile orario come memoria per tutti i napoletani che di lì si trovavano a passare.

La struttura è ancora oggi visitabile, un viaggio imperdibile per immergersi nella millenaria storia di Parthenope, fatta anche di segreti oscuri e misteriosi.

Orari di ingresso: lun-sab 8:30-13:00; dom 9:00-13:30

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