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I segreti di Neapolis: Quando si dice una “Pianta Ippodamea”

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Una “pianta ippodamea”: quante volte abbiamo sentito o letto quest’espressione a proposito di Napoli? No, non voglio spiegare cos’è una “pianta ippodamea” (anche se ne rinfrescherò la memoria), ma voglio osservare qualche curiosità a proposito di questa definizione se applicata a Napoli. Che curiosità ci può essere? Tutti sanno cos’è una pianta ippodamea: è il reticolo di plateai e stenopoi (i cardini e decumani per dirla alla latina) ortogonali che disegna la struttura di una città, codificato dall’architetto e urbanista greco Ippodamo da Mileto con la fondazione di Thurii nel 444 a.C.

Chi conosce la storia di Neapolis a questo punto dovrebbe già avere la pelle d’oca, perché è noto che Neapolis fu disegnata nel 474 a.C., subito dopo la battaglia di Cuma. Stiamo parlando di trent’anni prima della fondazione di Thurii! Quindi? Innanzi tutto, sfatiamo quello che alcuni possono immaginare: Neapolis NON fu la prima città ad avere una pianta ortogonale ma SÌ, Ippodamo fu davvero il primo a codificarla. E allora come conciliamo queste due cose? Cominciamo dal significato delle parole: codificare, che vuol dire, questa parola?
Se ci riferiamo al tempo e alla materia, essa significa “scrivere un codice”, ovvero descrivere per filo e per segno i perché e i percome della materia che si sta trattando. L’importanza di Ippodamo sta dunque nel fatto di essere stato il primo a descrivere un “sistema”, un metodo con tutti i suoi punti a favore e contro. Praticamente, una trade-off analysis di 2500 anni fa. Dunque Ippodamo non inventore, ma compilatore di idee già esistenti e, addirittura, assodate, se era possibile farne una disanima attenta come quella da lui operata.

E Neapolis, allora? Un caso? No, tutt’altro, e lo vedremo immediatamente. Nella sua stupenda opera “Napoli greco-romana”, edita da Colonnese Editore (eh, la nostra Napoli colta al di là delle velleità dei suoi “difensori”…), Mario Napoli fa un’analisi attenta dell’impianto della Neapolis originale, quella fondata nel 474 a.C., e trova cose interessantissime. Cominciamo dagli elementi più evidenti: i tre plateai principali.

Piccola nota a margine: dal greco si traslittera plateiai e dovrebbe leggersi platee, ma per diversi fenomeni fonetici della parlata campana e napoletana, il gruppo pl- diventa ch- (chiummo, chiaja) e la t tende alla z, restituendoci il partenopeo chiazza (piazza).
Innanzi tutto, leggiamo da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Ippodamo):

“Lo schema attribuito a Ippodamo, detto appunto schema o impianto ippodameo, si basava su tre assi longitudinali, orientati in direzione est-ovest, intersecati da assi perpendicolari, orientati in direzione nord-sud: l’intersezione di questi assi veniva a formare isolati rettangolari di forma allungata.”

Confrontiamo con la cartina della Neapolis e troviamo tre plateai: il primo (SS. Apostoli, Via Anticaglia, Via Pisanelli, Via Sapienza) separava l’acropoli, la parte alta e sacra della città, dove erano posti i templi, dal resto; il secondo, quello principale, corrispondente a Via dei Tribunali; il terzo (Via Vicaria e San Biagio dei Librai, Spaccanapoli). Nel testo del Napoli si accenna a una quarta platea proposta da alcuni, ma si chiarisce:

“l’ipotesi è assolutamente da escludersi, perché essa sarebbe limitata alla sola Via San Marcellino, essendo il prolungamento di questa […] nato da recenti sistemazioni urbanistiche.”

Cosa cominciamo a osservare? Che non solo c’è uno schema, ma esso non è assolutamente casuale, perché definisce zone della città diverse a seconda della loro funzione, com’è il caso dell’acropoli. Lascio al lettore lo sfizio di immergersi nei riferimenti, abbondanti, che il Napoli fa di autori, e analizzo gli stenopoi: il Napoli fa una descrizione precisa di quelli che dovevano essere gli assi antichi (almeno venti, dalla Via del Sole a un estremo a San Nicola dei Caserti all’estremo opposto), inclusi gli isolati doppi e disposti simmetricamente rispetto a un ipotetico asse principale della città. A proposito delle lunghezze e proporzioni (4 a 1) di paleiai e stenopoi, lo stesso Napoli commenta:

“Tutto l’elaborato meccanismo di questi calcoli tradisce dubito un’artificiosità assurda”

Prenderò per genuino questo commento per osservare un’evidente stranezza che forse ci spiega il progetto della nostra Neapolis: Forcella. Da molti autori Forcella viene indicata come la sede della scuola pitagorica a Neapolis. Vissuto tra il 575 e il 495 a.C., il noto filosofo di Samo, un’isola dell’Egeo orientale, fu il fondatore di una scuola che conobbe il suo massimo splendore e le sue disgrazie più cruente sul suolo Italico. È noto per il teorema che ha tolto (inutilmente) il sonno a tanti studenti, e assai meno per l’importanza che la sua scuola ebbe sulle città italiche. Com’era costume del tempo, la sua scuola si organizzò con riti misterici, con diversi gradi di iniziazione (quasi una massoneria, ops…), dove il numero, la matematica, la geometria avevano un posto di rilievo, sebbene insegnati ai gradini più bassi.

Ebbene, a proposito dell’antica Neapolis possiamo osservare che certamente essa non fu occupata tutta all’improvviso, immediatamente dopo il suo disegno: le città greche erano sempre dotate di un’ampia “città bassa” (l’astu), alle volte entro le mura, tra le altre cose dedicata alla coltura dei generi di prima necessità in caso di assedio. Eppure, fin dalla fondazione, nella trama perfettamente regolare di plateai e stenopoi, è evidente un’asimmetria insolente: Forcella, dove si dice che avesse sede la scuola pitagorica. Dell’importanza della scuola pitagorica a Neapolis ne abbiamo tutt’oggi evidenza nei simboli dei seggi di Napoli, posti sul campanile di San Lorenzo, perché la Y era uno dei simboli di quella scuola.

2: Stemma del sedile di Forcella del XVI secolo, di ignoto scultore napoletano, presso il Museo Diocesano di Napoli.

Diversi elementi di quella filosofia sono rimasti nella cultura napoletana, in contrasto alla normale cultura ellenica. Il ruolo della donna come educatrice dei figli e signora della casa, ad esempio, era un precetto pitagorico, sebbene fosse un’impostazione comune anche presso le popolazioni osco-sannite; l’avversione alla schiavitù che fu un elemento distintivo di Neapolis; la pronta assimilazione della dottrina cristiana che aveva, in comune con quella pitagorica, e in contrasto con quella greco-romana, il credere in un aldilà (sebbene i pitagorici credessero nella reincarnazione). Sono dunque diversi gli elementi che fanno pensare che magari il disegno di Neapolis possa essere frutto di un urbanista pitagorico. Ma pitagorico o non pitagorico, questo disegno ha certamente un valore simbolico e religioso. Sempre nel suo testo, il Napoli osserva:

“L’orientamento delle platee devia di ventiquattro gradi verso nord dall’asse est-ovest, e nessuna ragione particolare esiste per giustificare questa deviazione […]”

L’autore conclude che l’unico motivo per questa deviazione è lo sfruttamento del terreno disponibile entro le mura per la massima lunghezza possibile. Io non so quali fossero le conoscenze del Napoli in termini di astronomia, ma questo è il mio campo. Usando gli ultimi valori per l’inclinazione dell’eclittica, calcolati da J. Laskar, pubblicati su Astronomy and Astrophysics 157 nel 1986 e validi per 10000 anni (ecco il link) scopriamo che 23.74° (praticamente 24°) era l’angolo di inclinazione dell’eclittica rispetto all’equatore 2500 anni fa, data della fondazione di Neapolis.

Non voglio fare il “complottaro” e traduco in soldoni: a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, il sole nel giorno del solstizio d’inverno sorgeva sull’orizzonte di Neapolis a 24° a sud rispetto alla direzione dell’est e, guarda caso, tradizionalmente la fondazione di Neapolis viene collocata proprio nel giorno del solstizio d’inverno. La direzione delle platee, tutt’altro che inspiegabile, potrebbe quindi avere un valore armonico (l’abbiamo visto con le proporzioni tra i lati degli isolati), celeste, visto che i pitagorici furono i primi a mettere in relazione le orbite dei pianeti con la geometria, e mistico: la nascita della nuova città col coincidere del nuovo anno, del nuovo Sole.

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