Il Dandy Che Veste Un Re

Il dandy che veste un re - ilvaporetto.com

Il re e l’ombrello italiano: l’eleganza di Sir Nunzio D’Angeri

Inizia l’articolo con una introduzione..

C’è un ombrello italiano nel guardaroba del re: blu con manico e bastone in bambù. Carlo III lo usa a dispetto del fornitore ufficiale della royal family, il britannico Fulton, perché a donarglielo è stato un amico: sir Nunzio Alfred D’Angeri.

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Definire Sua Eccellenza l’ambasciatore per gli Affari europei del Belize in poche righe è difficile, dunque lo faremo attraverso quel che fa di lui l’ultimo dandy. Partendo da un presupposto: definirlo uomo alla moda è un’offesa. “L’eleganza è un’altra cosa”, spiega. “È cultura. Un uomo è elegante se sa vestire e soprattutto comportarsi. È educazione e puntualità: non importa se hai i soldi, se arrivi 3 minuti in ritardo all’Eltham Terrace Club di Londra sei espulso”.

Carlo III, re d’Inghilterra, with umbrella gift by Nunzio D’Angeri, Bambu handle

Il guardaroba del re

2307 abiti, 2789 paia di scarpe (John Lobb e su misura Edward Green), 6720 cravatte (Ralph Lauren, Eddy Monetti o fatte in maglia regimental dal fidato Reginato): sono i numeri del suo impressionante guardaroba distribuito su tre case fra Londra Milano e NY. Tra bauli e accessori trova spazio una biografia: “Di Edoardo VIII duca di Windsor. Uno degli uomini più eleganti di sempre. Come lui, non indosso mai uno smoking o un frac di colore nero”.

Segue il protocollo dei royals: nero solo per il lutto? “No, è solo per non confondermi col cameriere! Vesto di blu: navy per il tait, midnight per i funerali. Pantaloni, giacca e gilet dello stesso colore”.

Oggi, però, è lei a dare consigli di stile a un re. “Non mi permetterei mai. Conosco Sua Maestà dal 1986, me lo presentò Ronald Ferguson (padre di Sarah duchessa di York). È un uomo di straordinaria eleganza”.

Come è andata, con l’ombrello? “Gli piaceva il mio, così gliene ho spedito uno uguale. Mi ha ringraziato via lettera e ha fatto lo stesso con il produttore, il napoletano Tallarico”.

È vero che gli ha passato il suo sarto? “No, ma ho promesso di farlo. Si chiama Daniel Robu, rumeno di scuola italiana. Ha una sartoria sociale in cui impiega immigrati e io, figlio e nipote di emigranti, stimo chi dà alle persone dignità e un’opportunità”.

Come è diventato amico del re? “Giocando a polo. Non ho mai conosciuto una persona con cultura pari alla sua. Ha sense of humor ed è formale nel vestire, anche in campo: ci teneva che tutti cambiassimo i pantaloni sporchi di sella, lucidassimo gli stivali e indossassimo il blazer prima della premiazione del nostro team, il Diamond D”.

D come Diana. Tutti hanno un’opinione sulla principessa del popolo. Qual è la sua? “Se ne è scritto troppo e male. Diana era giovane, dolcissima con i suoi bambini, ma non spensierata. Non era fatta per fare la regina, certe regole non se le sentiva sue e questo è stato un problema evidente a tutti fin da subito”.

Qualcuno dice che abbiate avuto un flirt.. “Sono vittima di Google, ogni tanto mi si appioppa un fidanzamento. Un uomo di classe che bacia una donna, andrebbe mai a raccontarlo in giro?”.

Di Elisabetta II, che opinione aveva? “Acuta. Simpatica con chi le piaceva. Un anno mi ha premiato dicendo: Lei è il capitano, complimenti. Ma ho notato che oggi non ha fatto nemmeno un gol. Ai suoi funerali mi ha sbalordito vedere la bara su un caro funebre Mercedes. Lei non ci sarebbe mai salita”.

Già, le auto sono un altro dei suoi divertissements: “Le compro, le tengo bene e così aumentano di prezzo. È un investimento. Ne ho 101, soprattutto Rolls Royce e Bentley”.

Bisogna essere ricchi per essere eleganti? “Affatto. Negli anni Sessanta tutti avevano un abito buono per la domenica e di soldi ne giravano pochi”.

Però lei ricco lo è. “Mio padre, napoletano, era un signore dallo stile impeccabile, ma emigrato a Torino subì il razzismo: I napoli puzzano, ci dicevano, Questa frase mi gira in testa da una vita ed è stata di stimolo: oggi il figlio del napoli che puzza è il 527esimo uomo più ricco del mondo”.

“Gliel’ho detto, sono fortunato. Mia nonna era ebrea eppure ho lavorato 22 anni per Arafat: sei sempre il solito ebreo, mi diceva ridendo. Bergoglio? L’ho conosciuto quando era diacono e io studiavo dai Gesuiti. Anche lui è un figlio e nipote di emigrati”.

“Ne ho centinaia, nessuno con fascia nera, ma un colore per ogni abito. Il più bello l’ho preso a un’asta di beneficenza: Fidel Castro (D’Angeri gestiva il monopolio dei sigari e vaccini cubani in Sudamerica) e Compay (Segundo) l’hanno firmato per me”.

Poi, c’è l’orologio di Saddam Hussein: “Ai tempi ero consigliere, negoziatore e banchiere di Arafat. Dopo il Nobel per la Pace, mi mandò da lui per dirgli che l’Olp avrebbe tolto l’appoggio politico all’Iraq. Non la prese bene: si tolse l’orologio e me lo gettò in faccia minacciando: questo momento non lo dimenticherai mai. È così, ma l’orologio è rimasto mio: un Breitling con inciso Iraqi air force”.

A parte quello, i suoi orologi hanno tutti il cinturino bianco “per essere indossati sopra il polsino”. Un vezzo condiviso con un altro amico, l’Avvocato Agnelli: “Uno dei miei Cartier è un su misura fatto su licenza di Gianni”.

Che D’Angeri sia un uomo lontano dai cliché lo conferma il fatto che sia sposato con la stessa donna da 37 anni: Wendy, ex modella di Chanel oggi Console del Belize. Per lei, ha fatto personalizzare da Hermès gli interni della Rolls Royce Silver Wraith del 1957 con la quale viaggiano da Milano a Londra: “Il butler alla guida, io e lei dietro con Phantom”, il chihuahua amato (quasi) quanto i due figli. Le valige li precedono in altra vettura perché tutti sia pronto al loro arrivo. Si direbbe un servizio da re, se non fosse che il re non possiede nulla di quello che lo circonda, mentre lei sì: “Gliel’ho detto. Lui è un uomo intelligente, io solo un uomo fortunato”.

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