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Inceneritori, parlano i dati. Intervista al Responsabile Scientifico Legambiente Campania Onlus Giancarlo Chiavazzo

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Fico e Di Maio diteci dove mettiamo l’immondizia”, è il titolo dell’articolo di Antonio Polito pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno domenica 18 novembre con cui il giornalista è sceso in campo perorando la causa degli inceneritori.

Per fare maggiore chiarezza sull’argomento intervistiamo il dott. Giancarlo Chiavazzo, Responabile scientifico Legambiente Campania Onlus

Ad onor di cronaca – premette Chiavazzo – anche in osservanza all’obbligo inderogabile di rispetto della verità sostanziale dei fatti posto a fondamento dei doveri del giornalista, si deve porre all’attenzione della collettività anche qualche altra informazione che più oggettivamente può rendere ragione della situazione ed evidentemente illuminare su quale sia la strada più opportuna da perseguire per la corretta ed utile gestione dei rifiuti.

Un po’ di dati sugli inceneritori e qualche sassolino nella scarpa

Considerando i dati del Rapporto Rifiuti Urbani 2017 dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale nazionale, è possibile rilevare che la Campania rappresenta addirittura la terza “potenza di fuoco” in Italia in termini di quantità di rifiuti all’anno in grado di incenerire, superata solo dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna tra le restanti regioni d’Italia.

Sebbene in Campania sia presente il solo impianto di Acerra, lo stesso ha una taglia decisamente grande, tant’è che ci sono regioni dove magari se ne ritrovano numerosi ma che cumulativamente non raggiungono la taglia di quello di Acerra.

Ma veniamo ai numeri ufficiali, quelli da cui il decisore pubblico “dovrebbe” partire per formulare le proprie lungimiranti politiche volte a determinare benefici alla collettività.

Nell’anno 2016 cui si riferisce il Rapporto Rifiuti Urbani la produzione complessiva di rifiuti urbani in Campania è risultata pari a 2.627.865 tonnellate. Poco più della metà, il 51,57%, pari a 1.355.068 tonnellate, è stato raccolto in maniera differenziata ed avviato alle filiere del riciclo, che sebbene non risultano ancora ottimizzate per ottenere elevate percentuali di materiali da reimmettere nei cicli produttivi hanno tutte le potenzialità per farlo nella prospettiva degli obiettivi dell’economia circolare.

Il nodo, tuttavia, è riguardo all’indifferenziato, a quanto ammonta?

Esso è pari a 1.272.797 tonnellate, che passando per gli STIR ha prodotto 981.716 tonnellate di frazione secca idonea all’incenerimento e 201.432 tonnellate di frazione organica fuori specifica destinata essenzialmente alla collocazione in discarica.

Considerando che l’inceneritore di Acerra ha trattato 725.825 tonnellate delle complessive 981.716, ne sono rimaste 255.891.

Cosa dimostrano questi dati?

Al riguardo, la prima considerazione ovvia è che si tratta di una quantità tale da non giustificare la realizzazione di ben quattro ulteriori inceneritori come ha proposto il Ministro Salvini. Ma nemmeno si giustifica la necessità di un solo ulteriore inceneritore, in quanto implicherebbe di ammettere che la percentuale di raccolta differenziata in prospettiva non incrementi e di avallare il mancato rispetto del target di raccolta differenziata al 65% disposto da legge. Paradossalmente si dovrebbe dunque vietare l’incremento della raccolta differenziata, un’eventualità a dir poco preoccupante.

D’altra parte, nel momento in cui si arriverà anche in Campania al 65% di raccolta differenziata la quantità di frazione secca da incenerire sarà pari alla capacità dell’impianto di Acerra.

In ogni modo occorre ricordare che l’inceneritore di Acerra produce rifiuti speciali, 152.423 tonnellate anno tra ceneri e fumi, in parte pericolosi, anche in tal senso è dunque tutt’altro che una panacea.

Come va inteso ed adottato l’incenerimento in base a queste valutazioni?

Appare chiaro che l’incenerimento, sebbene non sia possibile da subito azzerarlo, come ragionevolmente disposto in sede comunitaria va inteso ed adottato come modalità residuale di gestione dei rifiuti, che quindi deve essere progressivamente sostituita dall’incremento della quantità e qualità del riciclo.

 

 

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