La giustizia riparativa al centro di “Elisa”, il film di Di Costanzo presentato a Venezia 2025
Il film “Elisa”, diretto da Leonardo Di Costanzo e proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, propone una riflessione sulla giustizia attraverso la storia di una donna detenuta da dieci anni per l’omicidio della sorella. Il racconto si concentra sul percorso interiore dell’autrice del reato, accompagnata da un criminologo in un processo di comprensione e cambiamento. In questa intervista, Patrizia Patrizi, psicologa giuridica e sostenitrice della giustizia riparativa, commenta come il film evidenzi nuove prospettive rispetto al sistema carcerario tradizionale e stimoli una riflessione sui meccanismi punitivi dello Stato.
Il film “Elisa”: uno sguardo dentro la prigione e la mente dell’autrice del reato
“Elisa” racconta la storia di una donna in carcere da dieci anni dopo aver ucciso la sorella. Ambientato in una struttura femminile immersa nei boschi svizzeri, il film mostra un ambiente carcerario che si allontana dai consueti spazi affollati e angusti. La protagonista condivide una piccola casetta con un’altra detenuta, una condizione che favorisce un clima più raccolto e adatto a un lavoro di trasformazione personale. Grazie all’incontro con un criminologo, Elisa intraprende un viaggio interiore per esplorare le ragioni di ciò che ha fatto. La pellicola si distanzia dal racconto incentrato solo sulla vittima o sulla vendetta dello Stato, offrendo una narrazione che parte dalla persona che ha commesso il reato.
Questo approccio segna una novità: porre attenzione sulla complessità dell’autore e sulle dinamiche che l’hanno portato all’atto. Invece di raccontare solo la punizione, “Elisa” mostra un possibile percorso di riparazione che implica il riconoscimento della responsabilità e la volontà di cambiare. Il confronto con il criminologo accompagna la donna nel rielaborare il senso di colpa, trasformandolo in una forma di responsabilità consapevole. La scelta della location suggestiva e dei contesti più luminosi sottolinea il potenziale di rigenerazione umana all’interno di un sistema carcerario.
La critica di Patrizia Patrizi al sistema penitenziario tradizionale e l’idea di carceri orientate al cambiamento
Patrizia Patrizi, docente di Psicologia giuridica all’Università di Sassari e membro di Nessuno tocchi Caino, mette in discussione la logica classica della giustizia, che punta principalmente sulla punizione e sul potere punitivo dello Stato. Secondo la sua analisi, il sistema carcerario spesso si traduce in una forma di vendetta, senza un reale interesse per il cambiamento dell’autore. Questo mantenimento del potere repressivo tende a generare carceri sovraffollate e condizioni degradanti, anziché spazi utili al recupero.
La sua riflessione parte dalla domanda su cosa mirino effettivamente gli strumenti a disposizione: la trasformazione oppure la ritorsione. Se il carcere fosse pensato in funzione della persona che ha commesso il reato, ci sarebbero spazi più dignitosi e meno affollati. Questa convinzione si collega al tema della giustizia riparativa, che nel 2022 ha assunto un ruolo più definito nel sistema penale italiano grazie alla riforma Cartabia.
Patrizi ricorda che questa forma di giustizia richiede di cambiare “le lenti” con cui si guarda al reato, passando da un modello retributivo a uno relazionale. Chi commette un illecito non viola solo una norma, ma anche un rapporto umano. La risposta non deve limitarsi a infliggere una punizione, ma a far emergere la responsabilità personale verso le conseguenze create. In questo senso, un sistema carcerario più umano potrebbe favorire percorsi di recupero e ricostruzione, non solo di segregazione.
Il percorso di giustizia riparativa: coinvolgere tutte le parti per ricostruire rapporti e storie
La giustizia riparativa affronta il reato non come un fatto da punire a prescindere, ma come un evento che ha spezzato legami tra persone e comunità. Nessuno resta escluso da questo processo, perché entrambi gli attori – chi ha commesso l’atto e chi lo ha subito – devono poter esprimere la propria versione. Il metodo prevede incontri facilitati da una terza persona, che media il confronto. Qui, la vittima può chiedere spiegazioni, esprimere rimproveri e raccontare come quel fatto ha influito sulla sua vita.
Secondo Patrizi, questa pratica costruisce una nuova narrazione comune, necessaria per “uscire dal dominio del passato”. Questo dominio condiziona profondamente la vita, costringendo vittima e autore a vedere la propria esistenza attraverso il prisma dell’evento criminoso. Il percorso non punta al perdono obbligato, ma a trovare un modo per stare meglio tutti, senza dimenticare ciò che è successo.
Il film “Elisa” anticipa questo metodo nel suo racconto, dove la protagonista non incontra formalmente la vittima, ma lavora comunque sul senso di colpa con il criminologo. Si evidenzia come questa relazione umana possa trasformare la percezione e aprire a una forma di responsabilità consapevole, più matura e interiore rispetto al semplice riconoscimento formale del reato.
Le difficoltà dell’attuazione della giustizia riparativa e il bisogno di maggiore conoscenza
Nonostante la riforma abbia inserito la giustizia riparativa nel sistema penale italiano, molte difficoltà restano nel renderla realmente accessibile. Patrizi spiega che il problema principale oggi è la scarsa informazione sia tra i cittadini sia tra gli operatori di giustizia. Molti ignorano che esista questa possibilità, oppure pensano che sia solo a favore dell’autore del reato o che possa provocare una forma di doppia vittimizzazione.
La mancanza di spazi adeguati per gli incontri e la preparazione insufficiente degli operatori rallentano l’applicazione pratica. Il sistema penale, così com’è strutturato, non favorisce l’assunzione di responsabilità né il cambiamento autentico in chi ha commesso reati. I limiti sono evidenti, così come la necessità di una cultura più ampia e articolata riguardo a modelli alternativi di giustizia.
Il film “Elisa” contribuisce anche in questo senso, portando all’attenzione pubblica un tema spesso trascurato. La rappresentazione della difficoltà ma anche della possibilità di un percorso umano dentro il carcere mostra come esista un’alternativa a una giustizia basata solo sulla punizione.
La riflessione di Patrizi, unita alla messa in scena offerta da Di Costanzo con “Elisa”, mette in luce una questione centrale nel dibattito penale attuale. Si apre una strada diversa per affrontare il crimine e la sofferenza che lo accompagna, partendo non dalla vendetta, ma dalla possibilità di comprendere e cambiare.
