Il portale d'informazione della tua città

La leggenda di Colapesce

0 674

La leggenda di Colapesce, il fanciullo metà umano e metà pesce che amava nuotare nelle acque del Tirreno.

Risulta incredibile pensare che il nostro pianeta è costituito per la maggior parte della sua superficie da acqua, eppure questo ci dimostra quanto siamo piccoli e indifesi di fronte all’immensità dei mari e degli oceani che ci circondano. Fin dall’antichità l’uomo ha sentito un forte richiamo nei confronti del mare, accrescendo attrazione e curiosità verso i suoi abissi, i suoi segreti, i suoi tesori. Inevitabilmente ogni città di mare sorge dal mare stesso ed è indissolubilmente legata alle sue profondità, così come accade per Napoli, luogo in cui leggenda storia si intrecciano costantemente generando un affascinante trasporto verso ciò che non si potrà mai conoscere veramente. Proprio come la leggenda di Colapesce.

Esiste un personaggio, una figura quasi mitologica, che ha preso vita in alcune narrazioni e storie dell’Italia meridionale ma che probabilmente ha origini molto più remote legate alle coste della Spagna o della Francia, il suo nome è Niccolò Pesce Nicola Pesce, da quest’ultimo deriva il diminutivo molto più conosciuto: Colapesce. Questa leggenda è caratterizzata da numerosissime varianti che condividono uno stesso principio narrativo ma presentano destini molto diversi tra loro, nello specifico sono due le città che reclamano di rappresentare lo scenario del racconto, Napoli Messina. Risulta difficile attestare quale sia il vero luogo di origine della storia motivo per il quale è importante considerare piuttosto in quali punti le narrazioni convergono. Tutte le tradizioni che ci sono pervenute narrano infatti di Colapesce come di un fanciullo che amava stare sempre in acqua provocando l’ira della madre che un giorno gli lanciò la maledizione di diventare un pesce. Poco importa sapere se Colapesce sia stato un pescatore napoletano o un marinaio siciliano o, perchè no? Pugliese. Ciò che conta è notare come in questo punto del racconto la storia si trasforma in mito: il povero ragazzo subì una trasformazione mantenendo per metà sembianze umane e acquisendo per l’altra metà le sembianze di un pesce. Esistono varie rappresentazioni sparse sul territorio che sono state ricollegate alla figura dell’uomo-pesce, una di queste si trova a Napoli in Via Mezzocannone, all’ingresso del Palazzo del Museo di Scienze Mineralogiche dove si trova il bassorilievo di Orione (o “dell’uomo villoso”), simbolo dell’antico Sedile di Porto, che la tradizione popolare ha attribuito a Colapesce per un elemento fondamentale, ossia per il pugnale che stringe nella mano destra. Il giovane, infatti, quando era in acqua portava sempre con sè un pugnale e si faceva ingoiare dagli animali marini che incontrava servendosi di loro per viaggiare tra gli angoli più remoti degli abissi poi una volta raggiunto il suo scopo con l’arma tagliente squarciava il loro ventre e si liberava.

Le strane caratteristiche fisiche di Cola Pesce alimentarono i pettegolezzi del popolo che in poco tempo giunsero fino alla corte di Federico II, il re decise di convocare il ragazzo per poterlo conoscere. La versione napoletana della leggenda che oggi conosciamo deriva dal prezioso studio realizzato da Benedetto Croce, il quale pubblicò nel 1915 un libro intitolato Storie e leggende napoletane”, un’opera che ha subìto nel corso del tempo numerose edizioni e revisioni.

Nel racconto crociano il povero Cola Pesce fu convocato più volte dal re, in un primo momento il sovrano espresse il desiderio di sapere come era costituito il  fondo del mare e Cola Pesce dopo una lunga perlustrazione ritornò dicendogli che era tutto formato di giardini di corallo, che la sabbia era cosparsa di pietre preziose che in ogni luogo si intravedevano mucchi di tesori, di armi, di scheletri umani e di navi sommerse. Un’altra volta fu chiesto al ragazzo di rintracciare i tesori nascosti nelle grotte di Castel dell’Ovo e risalì a galla carico di gemme preziose.

Successivamente il re gli chiese di indagare in che modo l’isola di Sicilia si reggeva sul mare e Cola Pesce gli spiegò che poggiava su tre enormi colonne, l’una delle quali era spezzata. Secondo la versione siciliana della leggenda, Colapesce si trova ancora lì a proteggere l’isola sostituendo il terzo pilastro rovinato. Proseguendo il racconto attraverso la versione napoletana si scopre invece che il re fece un’ultima e fatale richiesta al giovane per vedere fino a che punto poteva raggiungere le profondità del mare e così gli ordinò di recuperare dagli abissi una palla di cannone che era stata scagliata dal faro di Messina, pur conscio che dalla missione difficilmente sarebbe tornato a galla.

Il ragazzo obbedì, corse veloce dietro la palla che affondava, la raggiunse e la raccolse nelle sue mani ma alzando il capo, vide che le acque sopra di sè erano immobili e lo coprivano come un marmo sepolcrale, così terminò la sua vita.

Nel suo libro Benedetto Croce ci racconta di essere rimasto molto affascinato da questo strano personaggio e dal suo destino, motivo per cui iniziò a maneggiare numerosi libri per raccogliere altre informazioni su questa storia scoprendo che la leggenda aveva avuto origine nella zona del Faro di Messina, dove viveva in molteplici versioni, e da lì era giunta fino a Napoli trovando terreno fertile e collegandosi con quel vecchio bassorilievo di via Mezzocannone. Ma la scoperta più grande fu quella di trovare evidenti tracce della leggenda in numerose opere del medioevo: poemi, liriche e drammi contenevano elementi della storia. Le testimonianze del mito passavano dal medioevo ai tempi moderni attraverso le mani di scrittori famosi o sconosciuti.

I motivi che hanno reso così duratura e popolare questa leggenda vanno rintracciati probabilmente nella tendenza a immaginare uomini e donne con caratteristiche e virtù diverse da quelle naturali. In passato, queste storie leggendarie hanno colmato il bisogno umano di dare un senso ai profondi sentimenti che la visione del mare produce nell’animo di ognuno di noi; oppure sono servite ai marinai per sconfiggere la paura derivata dai pericoli e dalle sorprese che il mare può rappresentare.

Dove termina la leggenda inizia però un’altra possibile spiegazione della figura di Colapesce, legata questa volta ad un culto tardo-pagano in onore del dio del mare Poseidone. Gli iniziati erano uomini che costituivano una vera e propria confraternita definita dei “Figli di Nettuno”,  erano dei veri e propri sommozzatori capaci di restare per lungo tempo in apnea dopo aver ingerito un’alga molto particolare che rallentava il ritmo respiratorio. Aiutati dalla sirena Parthenope avevano il compito di scoprire i tesori che il mare e le tempeste avevano sottratto alle antiche imbarcazioni che solcavano il Golfo di Napoli. Anche questo culto ci offre la possibilità di collocare la figura dell’uomo-pesce in uno scenario ben preciso, ma comunque profondamente diverso da quelli descritti in precedenza. Ma forse è meglio così. L’idea di non conoscere quale sia la vera origine di questa creatura mitologica rende impossibile dividere la linea che separa la storia dalla leggenda.

Diventa fan del Vaporetto per tutte le news sulla tua città, clicca qui e seguici sulla nostra pagina!

 

 

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.