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L’esodo dei ragazzini: il Sud svuotato delle sue risorse

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NAPOLI, 7 LUGLIO – Il fenomeno migratorio da Sud verso il Nord Italia ha radici molto lontane e rappresenta il frutto indigesto delle profonde disparità economiche e sociali tra le due macro aree del paese. Li chiamano migranti economici, esattamente come quelli che dall’Africa si spostano in Europa per tentare di migliorare la propria condizione individuale. Così come accade per il Continente Nero, laddove la causa dell’emorragia non sia un conflitto militare, anche nelle regioni del Sud Italia i fattori che scatenano queste migrazioni sono molteplici, diversificate e, ahinoi, spesso inevitabili. Non molto tempo fa il relatore di un convegno che trattava il fenomeno delle migrazioni disse che tentare di arginarne i flussi sarebbe un po’ come provare a fermare un’auto sprovvista di freni e lanciata giù per un pendio semplicemente azionando il rosso di un semaforo. Impossibile, in sostanza, perché l’intero sistema ubbidisce alle leggi delle demografia, un apparato colossale e assai complesso che di certo non può essere smontato da un Ministro degli Interni qualunque.

Le masse di migranti economici – a livelli diversi – seguono il capitale e, al netto dei sovranismi contingenti, non esistono confini che possano arginare il fenomeno. Tutti gli slogan fin qui proclamati a destra e manca dal megafono gracchiante della propoaganda politica vanno a scontrarsi con questo muro invalicabile: “aiutiamoli a casa loro”, “chiudiamo i porti”, “prima gli italiani” sono parole vacue destinate unicamente ad arringare il popolo e a confezionare odio da vendere al mercato degli ultimi a tanto al chilo.

Il fenomeno, come sappiamo tutti, è ben diffuso anche nel nostro orticello. L’emorragia di materiale umano costretto ad abbandonare il Sud per inseguire un futuro migliore al Nord Italia sembra essere passata in secondo piano, eppure, negli ultimi tempi, il fenomeno continua a degenerare senza controllo. Ebbene sì, perché se fino a pochi anni fa “l’emigrante economico” si trasferiva al Nord per cercare lavoro, oggi, in un mercato di essere umani scellerato e senza regole, i ragazzi che ne hanno le possibilità sono spesso costretti ad anticipare l’esodo, obbligati dalle leggi del mercato ad iscriversi in una delle ricchissime università del Nord.

Lo Svimez recentemente ha lanciato l’allarme sul fenomeno “dell’emigrazione universitaria”: un ragazzo su quattro, al Sud, prende armi e bagagli e si trasferisce al Nord per studiare. 175 mila ragazzi in un solo anno. Una fuga di risorse e di forza lavoro (al di là dell’indotto economico che inevitabilmente alimenterà le casse delle Regioni ospitanti) drammatica e incostituzionale, capace di disgregare generazione dopo generazione gli equilibri sociali (per altro già abbondantemente compromessi) del Mezzogiorno. Secondo un recente rapporto di Almalaurea, al contrario, il 97% degli iscritti al Nord resta a studiare vicino casa.

Un sistema destinato ad implodere: uno dei principali parametri di attribuzione dei fondi pubblici al sistema universitario italiano è il “costo standard per studente”. In sostanza più iscritti conta un ateneo e maggiori sono le risorse che ottiene. Le università del Centro Nord, grazie a questo circolo vizioso, e beneficiando della maggiore attrattività occupazionale dell’area, ricevono maggiori contributi statali, aumentando anno dopo anno il solco che separa gli atenei del Sud da quelli del Nord. Un corto circuito inarrestabile e deleterio che, se non affrontato in tempo, continuerà ad affamare le università del Mezzogiorno, oltre che a sfaldare per generazioni le fondamenta delle società civile del Sud.

Eppure, in questo strano paese, c’è qualcuno che va in televisione a dire che tutto questo è un bene (vai all’articolo). C’è qualcuno che va asserendo – con il sorriso sulle labbra – che in fondo è anche giusto così.

 

 

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