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Il mistero dei Libri Sibillini

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Chi ama leggere la storia antica della penisola, che in mancanza di altri documenti è purtroppo eclissata per un lungo arco di tempo da quella di Roma, s’imbatte presto o tardi in espressioni che in un primo momento risultano enigmatiche, tipo:

  • Il Senato decretò che i decemviri consultassero i Libri.

oppure,

  • Il collegio dei sacerdoti consultò i Libri e ne lesse il responso.

Di che libri si parla? Vedremo come, pensando di studiare la storia di Roma, finiremo a parlare dell’importanza della cultura greca per quella della Repubblica.

Alcuni autori più loquaci chiamano questi libri col loro nome completo: i Libri Sibillini. Erano certamente “sibillini”, se era necessario un collegio di sacerdoti per interpretarli, ma erano così chiamati perché essi erano effettivamente legati a una Sibilla, parola che in greco antico significa profetessa.
Calmi tutti, non saltiamo a conclusioni affrettate: all’epoca, di Sibille ce n’erano tante, più o meno quanti i santuari al giorno d’oggi! Lo so: quando sentiamo parlare di Sibilla, noi napoletani pensiamo immediatamente alla Cumana, ma oltre lei ce n’erano fino a trenta, più o meno famose, in tutto il Mediterraneo, e spesso si affrontavano lunghi viaggi (coi mezzi dell’epoca!) per andare a chiedere un parere, un responso, un’opinione, persino su affari di stato!

La maggior parte di esse erano sacerdotesse del dio Apollo Febo, Helios, il cui occhio tutto vede, ma naturalmente esistevano anche altri profeti e profetesse.

Libri sibillini
La Sibilla Cumana affrescata da Michelangelo nella Cappella Sistina. Di: wiki, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1155058.

Tra le altre c’era la “nostra”, la Cumana, alla quale ricorse anche Enea, secondo Virgilio. Virgilio dimorò a Neapolis per molto tempo (la sua tomba è in città, a Mergellina), ed è probabile se non certo che andò a visitare la Sibilla. Non voglio divagare ora su Virgilio, ma in un certo senso il poeta doveva avere un interesse “professionale” per la Sibilla, perché un uomo di cultura come lui era anche mago, come ci ricorda la tradizione medievale napoletana che ci tramanda dell’uovo da lui posto a salvezza della città nelle fondamenta dell’attuale Castel dell’Ovo, che proprio da questa leggenda prende il nome!
Di fatto, la separazione tra discipline che abbiamo oggi (matematica, fisica, chimica, astronomia, magia, medicina, lettere, arti, ecc.), all’epoca non aveva senso, e Virgilio era una persona di grande cultura.

Il mistero dei Libri sibillini

Ma torniamo alla Sibilla dei primi tempi, e soprattutto cerchiamo di capire cosa c’entra coi nostri Libri Sibillini. Dice la leggenda (faccio osservare che questa che noi chiamiamo leggenda, per gli antichi romani era storia, perché loro potevano davvero toccare con mano l’oggetto di quanto sto per narrare) che un giorno apparve a Tarquinio il Superbo re di Roma la Sibilla Cumana. Parliamo di una data anteriore al 509 a.C., quando il Superbo fu cacciato da Roma. Riprendo Le Notti Attiche I.19, di Aulo Gellio:

  • Una vecchia, una perfetta sconosciuta, venne dal re Tarquinio il Superbo con nove libri. Dichiarò che erano oracoli divini e che voleva venderli. Tarquinio chiese il prezzo, e la donna chiese una somma esorbitante. Il re le rise in faccia, pensando che fosse ammattita. Allora lei pose un braciere davanti al re, ridusse in cenere tre dei libri e chiese se il re avrebbe comprato gli altri sei allo stesso prezzo. Tarquinio rise ancora di più e disse che la donna era senza dubbio una pazza. Al che la donna bruciò altri tre libri e ripeté con calma la stessa richiesta, che il re comprasse i tre libri rimasti al prezzo iniziale. A quel punto Tarquinio si fece serio e pensoso, capì che tali insistenza e sicurezza non andavano prese alla leggera e comprò i tre libri rimasti al prezzo che era stato chiesto per tutti e nove.

I libri, da allora custoditi da un collegio di sacerdoti il cui numero cambiò nel corso della lunga storia romana, e consultati quando si desiderava un consiglio divino sul benessere dello stato, sembra che andarono bruciati in un incendio nell’83 a.C. ma si riuscì a ricostruirli da copie, e finirono poi del tutto distrutti nel 408 d.C.

Ci si può chiedere cosa contenessero, quei libri, e basterebbe leggere i responsi che se ne traevano. Prendiamo ad esempio un frammento di Tito Livio, Ab Urbe Condita V.13:

  • A causa o del tempo insalubre dovuto al cambio repentino da freddo a caldo, o a qualche altro motivo, il rigido inverno fu seguito da un’estate pestilenziale che si dimostrò fatale per uomini e bestie. Siccome non si trovava causa o rimedio per questa fatalità, il Senato ordinò di consultare i Libri Sibillini. I sacerdoti che li avevano in custodia ordinarono per la prima volta a Roma un lettisternio (processione delle statue degli dei sdraiate su letti). Si propiziarono Apollo e Latona, Diana ed Ercole, Mercurio e Nettuno per otto giorni su tre lettini decorati con i drappeggi più preziosi che si poterono trovare.

Questi brani ci fanno capire alcuni dettagli della società romana come se potessimo viverci. Immaginate: i Libri Sibillini, giunti a Roma dalla greca Kyme (odierna Cuma), probabilmente originari di Eritre (il nome di “sibilla Eritrea” non ha a che vedere con la nazione africana, ma con una città della Ionia di fronte all’isola di Chios), erano ovviamente scritti in greco, ed era pertanto necessario che i sacerdoti conoscessero la lingua.
Da ciò possiamo immediatamente capire come, nonostante siano stati assai lenti nell’assumere nella loro società la cultura greca, le classi sociali più elevate a Roma ne avevano certamente una conoscenza non superficiale fin dai loro primordi, tanto da ricorrere per secoli a venire alle oscure strofe dei libri venduti da una vecchia pazza a un re cacciato dal furore popolare, quando lo stato si trovava in grave pericolo.

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