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“Argento di Napoli”: la Neapolis greca batteva conio quando a Roma si usavano pezzi di rame

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Gli oggetti di metallo sono tra i “documenti” più importanti a disposizione degli storici, perché riescono a superare inalterati migliaia di anni e, tra gli oggetti di metallo, le monete occupano un posto a parte.

Quanto contano le monete nella storia di Napoli? Moltissimo, perché la greca Neapolis batteva conio mentre a Roma si usavano pezzi (letteralmente) di rame (aes rude) valutati a peso. (Esempi di aes rude sono nella foto della pagina https://numismatica-classica.lamoneta.it/cat/R-AESR).

Ma dei commercianti hanno bisogno di un mezzo simbolico e universalmente accettato, e questa è per l’appunto la moneta.

Roma entrò in contatto coi Greci dapprima grazie ai Cumani: l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, morì in esilio a Cuma, con la quale aveva intrattenuto diversi contatti. È noto, ad esempio, l’episodio relativo ai Libri Sibillini, offerti dalla Sibilla Cumana al Superbo, e per il quale vi fornisco un link (https://it.wikipedia.org/wiki/Libri_sibillini).

Illustration 1: Moneta cumana datata tra il 420 e il 380 a.C. Sul verso è raffigurato il mostro Scilla. Altre volte, sulle monete di Cuma si trova una cozza e un granchio, o una cozza e un chicco di grano. Nei tre casi, l’allusione alla natura marittima della città è evidente.

Nel 326, tutto cambia: il contatto con Neapolis dischiude nuove prospettive per Roma, che non sa ancora come affrontare comodamente i pagamenti per le sue imprese. Infatti, essendo i metalli valutati a peso, una piccola moneta greca d’argento poteva aveva il valore di un panetto di rame un paio di chili! Dunque l’Urbe affida a quelle nazioni federate che dispongono della tecnologia necessaria la battitura del suo nuovo conio, e Neapolis è in testa a tutte, tanto è vero che queste monete occupano un posto particolare per gli studiosi di numismatica sotto il nome di monete romano-campane (potete cominciare a leggere qualcosa qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Monetazione_romano-campana).Dunque c’erano già stati contatti di ogni tipo tra Greci e Romani, ma nei quasi duecento anni che vanno dal Superbo al trattato di alleanza tra Roma e Neapolis, l’Urbe restò una nazione bellicosa e senza un suo conio ufficiale, nonostante a Cuma, ma anche presso Sanniti e Campani, si producessero monete.

E già, e che avrà mai potuto offrire Neapolis a Roma? Innanzi tutto la monetazione neapolitana è, a ben vedere, tra le più antiche in Italia, essendo la città nata come colonia cumana, e a Cuma si comincia a battere moneta già nei primi anni del V sec. a.C.

Poi ci sono le diverse rifondazioni della città: terminata la guerra tra Cuma e gli Etruschi, i siracusani vengono a Neapolis, dove i loro tipi monetari vengono ripresi; in seguito verrà a Neapolis il navarca (ammiraglio in capo) ateniese Diotimo che darà una forte impronta identitaria alla città.

Illustration 2: Moneta di Siracusa datata dal 400 al 395 a.C. Sul recto è raffigurata una quadriga condotta da una donna, e incoronata da una Nike, probabilmente a ricordare il successo del tiranno Dionigi. Sul verso è la testa della ninfa Arethusa circondata da delfini, che indicano il dominio della città sul mare.

Ma cosa possiamo apprendere dalle monete neapolitane? Cosa ci dicono? Innanzi tutto, che a Neapolis si batteva moneta in argento, e già questo elemento la dice lunga sulla ricchezza della città. Poi che le monete di Neapolis sono state ritrovate un po’ in tutto il Mediterraneo, il che testimonia l’amplia rete di traffici e il fatto che le monete neapolitane fossero accettate su un’area vastissima (sebbene per ragioni di validità del suo conio, più che per importanza politica della polis). Infine, entrando in dettagli tecnici, che Neapolis usa gli stessi tipi (pesi) di Athene, appositamente per permettere ai propri mercanti il commercio in un’area che fosse la più ampia possibile.

Illustration 3: Nomos neapolitano datato tra il 395 e il 385 a.C.. Sul recto è la testa della sirena Parthenope con diadema, mentre sul verso è il toro dalla testa d’uomo Acheloo (fiume dell’Acarnania), padre delle sirene, incoronato dalla vittoria. Sotto i suoi piedi è la scritta NEPOLITON.

Chiariamo quest’ultimo punto: per una valuta antica non esisteva una Banca Centrale che si facesse garante del valore (neanche oggi è più così, ma per altri motivi…): la garanzia del valore della moneta era data dal suo metallo e dal suo peso. Poco importa, dunque, che si trattasse di una dracma ateniese, neapolitana o siracusana: l’attenersi allo stesso peso dello stesso metallo era implicitamente garanzia del valore della moneta. Questo non toglie importanza alla città, perché per battere la moneta bisognava acquistare l’argento, cosa che non tutte le grandi città del passato facevano.

Inoltre, pensare che in un mare di dracme ateniesi sparse in tutto il Mediterraneo ogni tanto si trovi qualche moneta neapolitana, è sempre motivo di soddisfazione: quella monetina ha affrontato di mano in mano un lungo viaggio ed è stata accettata di mano in mano fino a perdersi nel luogo dove è stata poi ritrovata millenni dopo!

Moneta neapolitana Neapolis

Illustration 4: Didramma neapolitano d’argento coniato tra il 325 e il 240 a.C., grande pressappoco quando una moneta da 5 eurocent. I delfini intorno alla testa di Parthenope sono forse allusione al dominio dei mari accordato coi romani (Neapolis è, dopo il 326, socio navale di Roma), ma sono un chiaro richiamo alla decadramma siracusana illustrata prima.

Ad un tratto, durante la guerra tra Mario e Silla, Neapolis perse la sua autonomia: i partigiani di Silla la misero a ferro e fuoco, unici a sopraffarne le difese dalla sua fondazione e fino all’ingresso dei Bizantini nella guerra gotica del 536 d.C. La città perse allora la propria facoltà di battere moneta e la riacquistò molto più tardi, e in altre forme.

Quanto si era perso, e quando si riacquistò qualcosa? Bisogna ringraziare i primi scavi borbonici di Pompei ed Ercolano, se qualcosa della storia di Neapolis cominciò ad abbandonare i polverosi libroni dei dotti, spesso confusa con leggende o illazioni senza alcun fondamento storico, e a rendersi nuovamente palpabile. Ma bisogna soprattutto ringraziare lo spirito di Gioacchino Murat, che probabilmente sognò per la sua Napoli un destino di grande capitale, autonoma persino da Parigi (lui che di Napoleone aveva sposato la sorella!), e lo testimonia una medaglia.

moneta Neapolis

Illustration 6: Medaglia realizzata a Napoli tra il 1808 e il 1815. Sul verso, il toro dalla testa umana Acheloo incoronato dalla vittoria e posto sulla scritta greca NEOPOLITON è copiato dalle monete neapolitane del III secolo a.C.

In questa medaglia, la testa di Carolina Bonaparte è effigiata proprio come la Parthenope delle monete greche del IV-III sec. a.C., le lettere sono greche, e la stessa Carolina viene detta “Basilissa”: regina. Persino il peso della moneta (7.03 g) è lo stesso dei didrammi neapolitani.

E più recentemente? È vero, abbiamo peso tanta bellezza, ma anche la capacità di farci caso. Negli ultimi anni sono stati affissi a Napoli, in diversi punti della città, manifesti per i turisti, in genere con una mappa, ma è bello gettare l’occhio su quel disco argentato alla base del manifesto: l’antico didramma parthenopeo è tornata alla luce del sole, come a ricordare ai turisti che stanno visitando una città con duemila seicento anni di storia.

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