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Il Napoletano, una lingua per guitti e camorristi?

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Derivato direttamente dal latino, il napoletano è una lingua romanza molto studiata anche all’estero. Nel 2009, infatti, un professore dell’università di Cambridge, Adam Ledgeway, ha pubblicato una grammatica diacronica napoletana (il complesso dei suoi mutamenti attraverso il tempo) di ben 1045 pagine. Fu probabilmente la prima lingua derivata dal latino parlata e scritta in Italia, come lo dimostrano i “Placiti Capuani”, documenti amministrativi redatti in “volgare” nell’anno 960.

Lo stesso Dante affermava che il napoletano, da lui chiamato curiosamente “pugliese”, era la giusta via di mezzo fra il “sermo rusticus” (la parlata rustica) e “il sermo illustris” (la parlata illustre). Decine di autori e musicisti hanno scritto, tradotto classici greci e latini, composto opere e canti in napoletano (contrariamente ad altre lingue regionali).
Nel Settecento, l’abate Galiani, una delle menti più brillanti d’Europa, che tutti i salotti parigini si contendevano, scrisse un dizionario completo della lingua napoletana, nella cui appendice dimostrò che il napoletano era più ricco del toscano.

Si giunge, infatti, alla stessa conclusione se si considera che l’idioma napoletano comporta (a semplice titolo di esempio): 150 sinonimi di “scemo”, 60 di “danaro”, 200 parole per designare le parti del corpo, 6000 locuzioni (contro le 3000 repertoriate nelle altre lingue italiane)… anche se poi oggi pochissimi sfruttano questa ricchezza quando parlano o scrivono (ahinoi! gli strafalcioni che si vedono in giro sul web o per strada, fanno cadere le braccia a chiunque ami questa lingua, che rimane la più parlata in Italia). Alcune parole sono intraducibili in altri idiomi, se non con perifrasi: oltre all’ormai famoso “schizzechea” molto spesso citato ad esempio, potremmo menzionare scriscitato (troppo lievitato e immangiabile), trasaticcio (che cerca di intromettersi con mille scuse nelle case o fatti altrui) caseria’ (andar spettegolando o chiacchierando di casa in casa), nzamato (che, per troppa eccitazione, non si raccapezza, si impappina, fa cose inconsulte senza concludere niente)… E gli esempi sono tantissimi.

Ciò nonostante, alcuni, soprattutto i partigiani del toscano, non si sono mai astenuti dal proferire paroline avvelenate contro la nostra bella parlata da essi accusata di essere una lingua di guitti. Tant’è vero che già nel ‘600 il grande letterato e vescovo di Bisceglie, Pompeo Sarnelli, adirato contro chi aveva aspramente criticato la sua opera leggera “Posilecheata” in napoletano, aggiunse un’introduzione satirica in difesa della lingua da lui amata e studiata. Così scriveva Sarnelli: “E po’ co sta lengua toscana avite frusciato lo tafanàrio a miezo munno! Vale cchiù na parola Napoletana chiantuta che tutte li vocabole de la Crusca: e qual’auto lenguaggio se le pò mettere ‘mparagone? (…) E po’, che mpertenenzia è chesta: dicere che lo parlare Napoletano serve sulo pe li boffune de le commeddie?(…). E conclude sbottando: dica ognuno chello che bòle (…) Chi ha fatto lo stromiento co li Toscanise de parlare a lengua loro s’aggia pacienzia: io non ce l’aggio fatto, e perzò voglio parlare a lengua de lo pajese mio. E chi no’ lo pò sentire, o s’appila l’aurecchie, o cinco lettere (…).”

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