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L’oro di Napoli – Forcella: la “Y”, ‘o cippo e lo Stadio Neapolitano

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Forcella, Forcella… ma perché si chiama così? Vi è mai capitato di porvi questa domanda? Ebbene, Forcella è di certo uno dei quartieri più antichi e famosi di Napoli, e il significato del suo nome, come accade spesso per la nostra città, si perde nei meandri di una storia millenaria e affascinante. Secondo la corrente di pensiero più in voga, l’etimologia del termine attribuito a Forcella deriva proprio dalla caratteristica biforcazione con cui termina una delle antiche plateaie greche della città (i famosi decumani), quella che oggi è conosciuta in tutto il mondo come Spaccanapoli.

Durante i suoi primi anni di vita, l’assetto urbano della nuova città, Neapolis, assimilò i canoni ippodamei di Atene, plasmando un intreccio di strade ortogonali a formare una scacchiera solcata da est a ovest da tre strade principali e parallele chiamate plateiae, e intersecate perpendicolarmente da strade più strette chiamate stenopoi. Un tessuto urbano ancora oggi riconoscibile, sopravvissuto a venticinque secoli di storia e premiato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Così come accade oggi, duemila anni fa la strada che fluiva fuori dalla città attraverso la Porta Furcillensis, rintracciabile oggi nel cumulo di macerie conosciuto come “Cippo ‘e Furcella”,  si diramava in due strade, assumendo la forma tipica forma ad “Y” di una forcella: una strada conduceva ad est, verso Ercolano, e l’altra scendeva in direzione del mare, verso le attuali Torri Aragonesi di via Marina, laddove, al tempo, sorgeva il Ginnasio, l’Ippodromo e lo Stadio Neapolitano, un ampio teatro di forma rettangolare lungo addirittura 200 metri nel quale si svolgevano i certami atletici tanto cari alla madre Grecia.

Ricorda lo storico napoletano Bartolomeo Capasso: “Lo Stadio era grandioso, quale richiedevasi per la celebrità delle feste Napoletane e per la moltitudine della gente che vi soleva accorrere.” A pochi passi dallo Stadio, verso oriente, dove oggi svetta il monastero di S. Maria Egiziaca, si stagliava invece l’antico Ippodromo Neapolitano, un anfiteatro notevolmente più grande dello Stadio destinato alle corse dei carri e dei cavalli.

Anche in passato Napoli era una città viva, ricca di svaghi e di grandi eventi come in nessun’altro posto della Magna Grecia. I cittadini della polis in riva al Golfo potevano dissertare e rilassarsi in una delle tante terme disseminate per la città, oppure assistere ai certami poetici e musicali nei teatri neapoletani, potevano partecipare alle gare dell’Ippodromo, allenarsi al Ginnasio o celebrare gli atleti che si esibivano allo Stadio nella disciplina del pentatlo. Bene, tutto molto bello, – direte voi – ma l’arena? Dove era collocato l’anfiteatro dei gladiatori che rese celebre Capua e onorò gli imperatori e la storia di Roma? Ebbene, pare che i Neapolitani non vedessero di buon occhio le barbarie che si consumavano in quelle arene sanguinarie; da queste parti il popolo era raffinato: amava il teatro, la lirica, i giuochi, restando sempre fedele ai costumi della madre Grecia, e respingendo fermamente la ferocia e le atrocità dei combattimenti.

Il mastodontico raggruppamento di edifici ludici che sorse a ridosso delle mura della città richiamava dunque un gran numero di cittadini, che ogni giorno percorrevano in lungo e in largo quel decumano inferiore il quale, probabilmente, finì per diramarsi in un trivio a forma di forca che diede origine a quel termine curioso e a noi familiare sopravvissuto per oltre due millenni di storia: Forcella.

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