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Napoli: l’alibi per chi ce l’ha piccolo

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Fanno sempre male le offese, soprattutto quando intaccano la tua provenienza, il territorio al quale appartieni e che profondamente ti appartiene.
Senti nelle viscere i colpi sferzanti di quel “Colerosi!” sparato gratuitamente nel mucchio per colpire la maggioranza. Feriscono le allusioni alla fantomatica puzza che accompagnerebbe i napoletani in giro per il mondo. Becero coro da stadio e – come in molti ricorderanno – da feste leghiste (sì, protagonista è quel leghista a cui molti italiani hanno consegnato la loro fiducia e il loro voto): “Senti che puzza, scappano anche i cani…”.

Ogni volta che lo ascolto, avvicino il naso alla zona ascellare per controllare l’effettiva veridicità dell’affermazione. L’ultima volta, in effetti, notavo un’eccessiva sudorazione dell’area in questione. Il deodorante che generalmente utilizzo dopo la doccia non ha retto abbastanza. Puzzavo, sì. E mi sono sentito in colpa mentre pensavo: “Vuoi vedere che questi c’hanno ragione?”

Le offese riecheggiano nella gran parte degli stadi italiani. Probabilmente ancor più esasperati in occasione degli ottimi risultati raggiunti dalla squadra partenopea. Più il Napoli vince ed affascina con il suo spettacolare gioco, più crescono i cori intonati dai tifosi. Tifosi, sì. Per anni si è cercato di relegare gli incresciosi eventi degli stadi ad uno sparuto gruppo di persone per le quali si è sempre tentato di affibbiare appellativi che potessero distinguerli “dalla parte sana del tifo”.  Sembra giunto il momento di porre fine all’opera di edulcorazione della realtà: i cori sono sempre possenti e coinvolgono stadi interi.

L’odio verso i partenopei è così forte che tutta Italia ha gioito per il mancato successo degli azzurri in campionato, nonostante questo abbia “causato” l’ennesima vittoria dei sabaudi bianconeri.
Ho cercato in più occasioni le ragioni di questa dinamica e la riflessione si è soffermata, in particolare, sulle partite in trasferta giocate contro Fiorentina e Sampdoria.

La conclusione raggiunta è assai curiosa: l’Italia ha bisogno di un alibi. Nella necessità del confronto con i problemi che attanagliano tutte le città, il confronto (malato) con Napoli è sempre in grado di sollevare gli animi, di ripulire le coscienze sporche e sollevare dalle responsabilità individuali.

Il Napoli che non ha vinto lo scudetto equivale ad un sospiro di sollievo nazionale. Nessuno deve sentirsi in obbligo di superare i propri limiti. Gli equilibri non si sono spostati. Non esiste la necessità di adeguarsi allo stile della “rivoluzione della bellezza” portata avanti con onore da Sarri e la sua compagine.
Il calcio, nemmeno a precisarlo, è lo specchio del Paese, parabola di una nazione che cerca scuse per adeguarsi alla mediocrità, più che motivazioni per superare i limiti.

Continuate pure, allora, se vi sta bene così, ad utilizzare Napoli in questo modo, a ridimensionare l’impresa della squadra vissuta in campionato e a screditare le sue potenzialità storiche, artistiche e culturali. Continuate a denigrare la città e i suoi abitanti. Siate consapevoli, però, che ce l’avete davvero molto piccolo – il cervello – e vi sta divorando il vostro complesso di inferiorità.

Il rischio, in questo caso, è che alla lunga si diventi impotenti. Nelle occasioni che contano rischiate di dare forfait e di cercare tutte le scuse più banali per giustificare l’incapacità di riuscire.
Non esistono farmaci capace di aumentare le potenzialità del cervello. Impegnatevi di più in questo senso e provate a cantare meno. Lo dico per voi.

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