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Non c’è pace per Cuma

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E così, mentre Ancona chiede a Napoli di collaborare ad un progetto di recupero delle Radici greche, e dopo aver ospitato centinaia di Greci entusiasti nelle ultime due edizioni della Lampadoforia, grazie solo alla splendida collaborazione tra associazioni culturali (I Sedili di Napoli di Giuseppe Serroni su tutti), qui, a Napoli, nella Culla della Magna Grecia, ancora ci dimeniamo in un mare di disinteresse e abbandono.

Uno dei simboli della millenaria grecità di Napoli è senza dubbio Cuma. La colonia calcidese approdata nel Golfo Cumano ventinove secoli fa fu determinante per le sorti del nostro territorio, grazie ad essa, ad esempio, fu fondata Neapolis nel VII secolo a.C. Ebbene, i resti di quella che può essere considerata a tutti gli effetti la nostra madre, abbarbicati sul fianco tufaceo della rupe euboica, sembrano interessare a pochi, tanto che una delle sue attrazioni principali, la Galleria Romana del I secolo d.C., resta chiusa al pubblico da quasi due anni (qui la nostra precedente denuncia). Tutto tace da allora: né una nota, né un comunicato che possa gettar luce sulla vicenda. La galleria sembra essere precipitata in un oblio di silenzio, e a farne le spese (allora come oggi) sono ancora una volta i visitatori, oltre al parco Archeologico stesso, nel quale, spesso, un nido di api oppure una pietra caduta rendono impossibile il godimento dell’intero percorso, storicamente uno dei più importanti del mondo (nonostante la nostra atavica strafottenza).

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