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“Non chiamateci razzisti”: il comunicato dei parroci di Miano

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Si sono riversati in strada per esprimere il loro disappunto. Così i cittadini di Miano hanno contestato la decisione del comune che, all’indomani dell’incendio che ha colpito il campo di via Cupa Perrillo, ha trasferito trecento persone di etnia ROM nella caserma “Boscariello”.

La vicenda ha permesso che i riflettori dei media nazionali si accendessero sul quartiere della periferia Nord di Napoli. Non è scontato, però, che certe luci siano in grado di fare chiarezza. Paradossalmente, talvolta, generano moltissime ombre e Miano, in questi giorni, si è ritrovata ad essere vittima del pregiudizio e bersagliata da accuse di razzismo.

I sacerdoti del quartiere, nel tentativo di fare luce sula vicenda e di restituire “a Cesare quello che è di Cesare”, attraverso un comunicato  manifestano tutto il loro disappunto contro quei “titoloni” da prima pagina che – dicono – “feriscono la nostra sensibilità e responsabilità di parroci”.

Conoscono il territorio ed i suoi abitanti più di chiunque altro. Sono costantemente in contatto con le ricchezze e le povertà di quel quartiere e spendono, ogni giorno, la loro vita sul quel territorio. È per questa ragione che, con lucida consapevolezza, possono affermare che “il degrado a Miano non lo porteranno i rom, ma ha cause fortemente radicate in una criminalità organizzata che ha occupato, poi gestito, spazi vuoti.
La gente del nostro quartiere è brava gente solidale e accogliente verso tutti e particolarmente verso coloro che sono in stato di disagio. A Miano il degrado ha una storia antica fatta di non gestione, non soluzioni, rimandi”.

Un popolo stanco, oppresso, deluso dalle istituzioni. Un quartiere perennemente in “stato di emergenza” per la presenza poderosa della criminalità organizzata che ha occupato, come spesso accade, quegli spazi abbandonati e lasciati vuoti dallo Stato e per l’assenza di una politica distratta, quasi disinteressata ai problemi reali della gente.

“Di fronte alle molteplici emergenze del nostro territorio” – si legge ancora nel comunicato – “la Chiesa oggi si sente sotto pressione, perché chiamata a fare da “supplente” in diverse emergenze. La Chiesa è accanto ai poveri, ma non ha il potere di sradicare la povertà. Alle politiche sociali, quando mancano o sono carenti, non è possibile rispondere in termini di supplenza”.

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