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“Non vede, non sente e fa fatica a parlare” – La scimmietta bianconera

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Giuseppe da Cercola e Salvatore da Afragola sono partiti insieme, l’altro ieri notte, per l’ennesima partita giocata in quella che è la casa degli altri. Costretti sempre ad andare in trasferta, macinano chilometri su chilometri per seguire la loro squadra. Li immagino all’ingresso della curva “Scirea” mentre cercano il loro posto numerato. La maglia numero 7 indossata all’autogrill di Bologna, oltre il sacro fiume Po e lontano da sguardi indiscreti, mentre concordano sull’altissima qualità della vita dei territori del Nord rispetto a quelli del Sud.

Peppe da Cercola e Totore da Afragola si esprimono in un perfetto italiano, evitando di accentuare quell’orribile cadenza sull’ultima sillaba che caratterizza la loro lingua d’origine. Parlano della Jùventus (mai della Juventùs), si aggiornano sulle ultime peripezie di quello scapestrato della famiglia Agnelli – Lapo Èlkan (non Elkàn) – e continuano a darsi un tono disquisendo sulle bellezze della città risalenti all’epoca di Camillo Benso conte di Càvour (non Cavour, lasciando intendere, stavolta, la loro reale provenienza visto che per il conte l’accento è davvero alla fine).

I nostri amici Totore e Peppe sorridono proprio a tutti. Sono felici. Nonostante i chilometri di distanza, si sentono a casa. Cantano a squarciagola l’inno della squadra bianconera, tra le luci psichedeliche dello Stadium. I loro cuori sembrano non reggere il momento in cui, per l’ennesima volta, assistono all’ingresso in campo della stella portoghese.

Totore e Peppe sono felici, si sentono a casa, si comportano come se fossero amici e parenti di tutti fino a quando, persino loro, avvertono il fastidio di quei cori – i soliti cori – contro la loro terra di provenienza.
Il sempreverde “Lavali col fuoco“. L’originale “Napoli colera“. Il superlativo “Napoli usa il sapone“. I nostri cari amici decidono comunque di non destare sospetti. Aggiungono le loro voci a quelle della stupida massa tanto – provano a giustificasi con la voce della coscienza che ancora si ostina a parlargli in napoletano – “I cori sono contro la squadra e i tifosi, mica contro la città e i suoi abitanti!“.

Finisce la partita. Lo stadio è una bolgia. Ancora una volta hanno vinto e – al di là di qualunque spiacevole episodio – l’importante è aver portato a casa i tre punti. Anche loro degni apostoli di quella terribile espressione “Vincere è l’unica cosa che conta!”, si rimettono in viaggio verso la loro vera casa, dove torneranno a parlare in napoletano e non faranno più caso agli accenti delle parole.

Gli amici di Cercola ed Afragola quei cori li hanno sentiti. Erano potentissimi, impossibile non farci caso. Chiamano, durante il viaggio, l’amico Massimiliano di Livorno che, ormai dal 2004, vive a Torino e segue la squadra in casa e in trasferta: “I cori razzisti? Non li ho manco sentiti. Faccio fatica anche a parlare…“.

Massimiliano era seduto nei pressi della tribuna. “Strano non li abbia sentiti” – pensano i due. Anche se, da quando lo hanno conosciuto, hanno sempre pensato fosse uno “senza palle”, incapace di prendere posizione rispetto a qualsiasi cosa. Come le famose scimmiette, icona dell’omertà: non vede, non sente e non parla.  “Si fa i cazzi suoi e campa cent’anni” – conclude Totore.

Hanno passato l’autogrill di Bologna. Li attende una lunga notte di viaggio. Non vedono l’ora di tornare in città e prendere in giro gli amici napoletani per la sconfitta.  Chissà se riusciranno a dire ai tifosi di loro conoscenza: “Siete sporchi, colerosi e terremotati“. Tanto è solo un simpatico sfottò da stadio al quale, come conferma Massimiliano, nessuno ci fa più caso.  O no?

*Ogni riferimento a fatti, persone, cose realmente accaduti o esistiti è da considerarsi puramente casuale.

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