Omar El Akkad denuncia l’ipocrisia occidentale sul genocidio di Gaza in un libro e un tweet virale

di Ivan Rossi

Omar El Akkad accende il dibattito sull'ipocrisia occidentale a Gaza. - Ilvaporetto.com

Lo scrittore e giornalista Omar El Akkad punta il dito contro chi in Occidente preferisce non usare la parola genocidio per descrivere gli eventi di Gaza. Con un tweet diventato virale e un libro che racconta la sua esperienza, El Akkad mette in luce la difficoltà di affrontare con chiarezza una crisi umanitaria che, secondo lui, richiede un impegno più netto e una presa di posizione coraggiosa.

Il peso delle parole: genocidio e il silenzio dei moderati occidentali

Omar El Akkad critica apertamente chi in Occidente esita a definire genocidio quanto avviene a Gaza. Spiega che la scelta del termine non è casuale né dettata dal desiderio di suscitare polemiche, ma riflette il significato preciso della parola. L’accettazione di questa definizione assume però un peso concreto, perché implica una responsabilità d’azione.

Il giornalista evidenzia come molti cittadini privilegiati e influenti della società occidentale temano le ripercussioni personali e professionali nel prendere posizione in modo deciso. El Akkad ricorda che non si può più restare neutrali o ambigui davanti a una situazione che definisce senza mezzi termini un genocidio. L’atteggiamento moderato che sceglie di non schierarsi perde però via via legittimità, specie di fronte alle immagini e alle notizie di vite spezzate e sofferenze evidenti ogni giorno.

Il paragone con contesti ormai chiusi come l’apartheid in Sudafrica o la segregazione razziale negli Stati Uniti mette in rilievo quanto certe realtà siano oggi inaccettabili. Per El Akkad la differenza sta nel fatto che oggi questi abusi sono ancora in corso. L’Occidente si interroga ma evita la parola precisa, forse per evitare di doversi muovere in modo concreto e urgente.

Dal Cairo a Portland: il percorso di el akkad e le sue radici culturali

Omar El Akkad nasce al Cairo, cresce a Doha, Qatar, e si trasferisce in Canada per poi stabilirsi con la famiglia vicino a Portland, Oregon. La sua esperienza multiculturale e linguistica influisce profondamente sul suo punto di vista, come racconta nell’intervista. Cresciuto frequentando scuole inglesi e americane, ha sempre guardato all’Occidente con un certo ottimismo malgrado contraddizioni evidenti.

L’attuale crisi a Gaza però ha cambiato il suo sguardo. Le immagini di distruzione, la perdita di vite innocenti, soprattutto di bambini, non possono più essere descritte come incidenti o casi isolati. Questo dolore gli pesa da vicino, perché lo segue ogni giorno. Cambiare il modo in cui si pensa la parola “esclusione” o “violenza” è per lui impossibile di fronte a ciò che vede.

Il suo legame con le lingue e le culture occidentali lo porta anche a una critica severa delle ipocrisie e della riluttanza all’impegno attivo da parte di molti che vivono in Occidente. Questa frattura tra quello che vorrebbe vedere e la realtà che constata lo spinge a scrivere e a denunciare.

Il ruolo della politica internazionale e le difficoltà di intervento

El Akkad sottolinea come gli Stati Uniti, potenza mondiale, evitino il termine genocidio perché riconoscerlo comporterebbe un obbligo morale e politico a intervenire. Anche altri stati occidentali preferiscono mantenere alleanze strategiche e interessi politici piuttosto che rompere rapporti o applicare leggi internazionali.

Il giornalista evidenzia che, nonostante piccoli segnali di cambiamento, la pressione politica e le scelte legate a interessi più ampi rallentano le reazioni concrete. In particolare negli Usa la situazione politica interna si presenta complicata, con un presidente che El Akkad descrive come “pazzo”, il che condiziona qualunque strategia di intervento.

Nel frattempo, la violenza e la sofferenza continuano, mentre i palazzi del potere sembrano incapaci o indisposti a muoversi in modo deciso. Contro questa inerzia, El Akkad invita a rompere i silenzi istituzionali e a fare in modo che le leggi in tema di diritti umani non rimangano solo parole su carta. Il fine è quello di dare concreta tutela alle vittime e imporre un cambiamento.

Critiche severe ai media occidentali e la voce dei giornalisti rischiosi

Nel suo libro e nelle sue dichiarazioni, El Akkad si sofferma anche sul ruolo dell’informazione. Segnala un “fallimento” dei media principali occidentali nel raccontare la verità sui fatti di Gaza. Secondo lui, il linguaggio viene spesso manipolato, la copertura giornalistica piegata a certi interessi o pressioni.

Non mancano esempi di giornalismo coraggioso, soprattutto da parte di reporter palestinesi che hanno perso la vita mentre documentavano la crisi. Questi professionisti mostrano un impegno concreto che contrasta con chi, per paura o comodità, adatta i racconti agli schemi imposti.

Scrivere la verità non dovrebbe essere rinunciabile, sostiene El Akkad. Se un giornalista teme di raccontare i fatti come stanno, non dovrebbe scegliere questa professione. Questo invito riguarda un’etica ferma del mestiere e un dovere verso la realtà delle vittime e delle persone coinvolte.

L’impegno personale tra dubbi e responsabilità

Omar El Akkad racconta come, pur non credendo più nelle parole vuote sul rispetto dei diritti umani, si sforzi di non perdere la speranza e quella tensione che spinge all’azione. Difende ogni gesto, anche piccolo, come la scrittura di lettere ai politici o la partecipazione a proteste.

Amplificare le voci delle vittime, secondo lui, non è inutile, anche se spesso sembra non bastare. Il problema resta che gran parte dei governi occidentali preferisce mantenere rapporti con gli Stati Uniti e garantire vantaggi economici o politici. Questo pesa sulla capacità di reagire seriamente contro violazioni come quelle viste a Gaza.

Il suo libro rappresenta una forte critica all’Occidente e un appello a non consegnarsi al silenzio. Per lui, le vite spezzate non devono essere dimenticate, e la parola genocidio necessita di una risposta che vada oltre la semplice denuncia scritta. Con queste parole, El Akkad si presenta come testimone di un tempo difficile, spingendo il lettore a confrontarsi con verità scomode senza nascondersi dietro mezze misure.