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Quant’è vero che mi chiamo Salvatore | Scena prima

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Ci vuole parecchio fiato per soffiare undici candeline messe in ordine sparso sulla torta di compleanno. Guardo le fiammelle danzare sulla cera azzurra e decine di persone felici che sorridono sullo sfondo.

Eccola che parte, l’odiosa canzoncina che, più di qualche volta, ho sentito gioiosamente cantare dalle famiglie radunate nelle proprie case: “Tanti auguri a te, tanti auguri a te…”.  Ho sempre avvertito un profondo senso di invidia per le persone che potevano vivere quei momenti di festa e mi arrabbiavo ogni qual volta mi capitava di ascoltarla.

Ricordo che – rannicchiato sul pavimento – tiravo la coperta fin sopra i capelli e mi sforzavo di prendere sonno mentre mi distraevo pensando alla mia squadra del cuore. Ripassavo i nomi dei calciatori e ripercorrevo con la memoria qualche azione immaginata mentre ascoltavo le partite alla radio.
Il mio sogno è essere un calciatore da grande, come Messi. Mi immagino spesso mentre scarto tutta la squadra avversaria e vado a fare goal, lo stadio urla il mio nome e io sono felice perché stiamo vincendo e perché, finalmente pure io, ho un sacco di soldi e posso fare una grande festa con la mia famiglia che mi canta la canzoncina per il compleanno.

Intanto, dietro la torta vedo mamma che sorride. Oggi è felice anche lei. Fino a tre anni fa stava sempre nervosa, cambiava sempre fidanzati e forse un po’ si vergognava per questo.
Gennaro, poi, quando lei era proprio incazzata, provava a farla sorridere con qualche battuta, ma peggiorava solo la situazione. Mio fratello sarà pure più grande di me, ma non ha mai capito niente della vita.

Vivevamo in una baracca mezza distrutta in una campagna della provincia di Caserta. Mangiavamo – si e no – una volta al giorno e potevamo godere di un bel piatto caldo solo quando mamma si decideva a portarci alla mensa della Caritas. Lì c’era un sacco di gente che mi voleva bene e mi regalava sempre qualcosa di bello; a volte un vestito nuovo, qualche altra un giocattolo. E poi si stava sempre meglio che fuori: quando faceva freddissimo, mi azzeccavo alla stufa per riscaldarmi. Quando invece il sole era caldissimo, mi mettevo nel corridoio dove passava un po’ di venticello.


Nella casa che comprerò quando sarò grande e farò il calciatore voglio anche io una stufa. Anzi, direttamente il camino. E poi ci metto qualche ventilatore per stare fresco d’estate.  

A scuola non ci andavo mai e stavo sempre in giro. Mamma mi faceva ‘na capa tanta perché diceva che nessuno la doveva sapere questa cosa: “Se qualcuno te lo chiede, dici che vai alla scuola qua fuori e che frequenti la quarta B. E dici pure che oggi non ci sei andato perché non tu sentivi bene. M’arraccumann…”.

Ogni tanto lo ripetevo in testa a me, per paura di dimenticarlo: “Vado alla quarta B e stamattina non sono andato perché non mi sentivo bene”, ma alla fine non me l’ha mai chiesto nessuno.
Che poi io a scuola ci volevo pure andare, però mi scocciavo un sacco a fare i compiti, a studiare, a leggere e scrivere, allora preferivo mettere il pallone sotto il braccio e andare al parco a vedere se trovavo qualcuno che voleva giocare con me.

Pioggia, sole, freddo, tempesta per noi era sempre uguale, tanto sempre in mezzo alla strada stavamo. Per questo, quando Gennaro faceva le battute per far sorridere a mamma mi veniva proprio da dire “Ne’ Genna’, che cazz ce sta a ridere?”, ma non lo facevo davvero, lo pensavo solo se non pigliavo gli schiaffi da lui e pure da mamma che non vuole io dica le parolacce.

La sera era il momento della giornata che più non sopportavo. Il custode avvisava che il parco stava per chiudere, gli altri bambini andavano via con le loro mamme. Io mi riprendevo il pallone e me ne tornavo nella mia casetta di lamiere costruita in mezzo alla terra. Per strada qualche volta mi veniva da piangere: pure se non ci pensavo sempre, però volevo pure io una casa vera dove tornare, un posto dove sedermi attorno alla tavola e mangiare qualcosa di buono. Anzi, pensavo sarei stato disposto a mangiare qualsiasi cosa, pure gli spinaci che mi fanno schifo, pur di avere una famiglia normale e una cameretta tutta mia.

Invece mi dovevo far bastare il mio materasso sistemato su due tavole di legno e una sedia dove mettere i panni sporchi a prendere aria che tanto li avrei indossati comunque pure il giorno successivo. Quando faceva proprio freddo giravamo per le palazzine che stavano vicino a dove abitavamo. Speravamo di trovare qualche portoncino lasciato aperto così, almeno per una notte, dormivamo sotto la rampa di scale e ci restavamo fino a quando non scendeva qualcuno e ci cacciava via.

Una volta un signore scese dal terzo piano talmente nervoso che diede un calcio a mamma. Gennaro, di tutta risposta, stava per dargli un cazzotto. Secondo me, se lo sarebbe proprio meritato, ma mamma se lo tirò via e ci disse di scappare che se quello chiamava i carabinieri poi era peggio.

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