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Razzismo: non è solo una “cosa da stadio”

Le offese indirizzate verso i napoletani e contro le donne e gli uomini di un'altra nazionalità rappresentano una vera emergenza, soprattutto quando tali atteggiamenti si riversano nei luoghi della quotidianità e in circostanze che nulla hanno a che vedere con le gradinate degli impianti sportivi. Ci arriva dalla civilissima Firenze una storia che ci ha lasciti letteralmente senza parole.

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Minimizzano, accusano di vittimismo, ci chiamano “piagnoni” come se condannare gli episodi di razzismo fosse diventato l’ennesimo alibi per giustificare le sconfitte subite sul campo.
Il calcio, però, è un’altra cosa e non c’entra nulla con quanto accaduto ieri a Milano e da anni in gran parte delle città italiane.

Le offese indirizzate verso i napoletani e contro le donne e gli uomini di un’altra nazionalità rappresentano una vera emergenza, soprattutto quando tali atteggiamenti si riversano nei luoghi della quotidianità e in circostanze che nulla hanno a che vedere con le gradinate degli impianti sportivi.

Arriva da Firenze una storia che ci ha lasciato sgomenti. A raccontarla è una famiglia napoletana trasferitasi, come molte altre, nella cittadina di Dante per motivi che ben conosciamo: un lavoro dignitoso e la necessità di assicurare il pane in tavola. D’altronde le migrazioni sarebbero un fatto normale se solo vivessimo in un Paese emancipato e civile.

Siamo in una scuola primaria del fiorentino. Giovanni (nome di fantasia) per la sua prima comunione ha ricevuto in dono da quella parte di famiglia rimasta al Sud una tuta del Napoli. La desiderava tanto ed ha cominciato ad indossarla spesso. Tifoso del Napoli ed ancor più legato alle sue origini che poco, in realtà, ha conosciuto, ritiene quel dono un tesoro prezioso.

Ha dieci anni e tutta l’ingenuità di un’età che ancora lo spinge a fidarsi del mondo, a guardare con affetto le persone da qualunque parte esse provengano.

Indosserà con fierezza quella tutta fino a quando, in classe, non comincia a diventare bersaglio di offese e atti di vero e proprio bullismo.
Quella tuta lo ha trasformato in pochi attimi in un “napoletano puzzolente” e responsabile del fatto che “a Napoli c’è la monnezza” e “ci sono i ladri“.

Ragazzini di dieci anni che – senza nessuna colpa sia chiaro – ripetevano espressioni sentite qua e là, forse in famiglia, forse allo stadio, senza avere la minima percezione della gravità di quanto dicevano all’amico con la tuta del Napoli.

Chi continua a relegare il razzismo nella categoria delle “azioni goliardiche da stadio” non è solo in errore, ma anche responsabile della deriva culturale che questa nazione sta vivendo.
Ecco perché sarebbe importante, al di là dei colori, sostenere la battaglia che da qualche giornata hanno avviato Ancelotti ed il Napoli.

Certi atteggiamenti non possono più essere tollerati. C’è bisogno di azioni significative di contrasto da parte di tutti i soggetti coinvolti in questo sport.
Il calcio ed i calciatori hanno un indiscusso potere educativo. Scegliere da che parte stare (non solo esprimendo a parole la propria posizione) sarebbe il primo e più utile gesto concreto di reazione contro fenomeni di razzismo mai veramente sopiti.

Noi scegliamo di stare dalla parte di Giovanni, ragazzino di dieci anni con la tuta del Napoli che ha conosciuto troppo presto cosa significa diventare bersaglio di offese razziste. Scegliamo di stare dalla parte di quel Kalidou “fiero del colore della sua pelle, di essere senegalese, di essere napoletano”.

Gli stadi ed il calcio possono insegnarci a sentirci fieri di essere italiani, fieri di essere umani solo quando il famoso slogan protagonista delle partite di Champions League e degli spot pubblicitari diventerà legge non scritta: #Respect

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