Stefania Albertani e il percorso tra verità emersa e il film Elisa presentato a Venezia

di Roberta Ludovico

Stefania Albertani racconta il viaggio tra verità e cinema con il film Elisa a Venezia. - Ilvaporetto.com

La vicenda di Stefania Albertani, condannata a vent’anni per avere ucciso la sorella e tentato di uccidere i genitori, ha trovato nuova attenzione grazie a un libro e a un film ispirato alla sua storia. Tre incontri di approfondimento con due criminologi hanno dato il via a un percorso che ha portato Stefania a una presa di coscienza sorprendente durante il lockdown. Da questa esperienza è nato il libro “Io volevo ucciderla” e il film “Elisa”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024. Questa vicenda mostra il confronto tra realtà giudiziaria, percorso interiore e racconto cinematografico.

Il contesto della vicenda e la base del racconto

Stefania Albertani è stata condannata per l’omicidio della sorella e per il tentato omicidio dei genitori. La sua storia, sin dall’inizio, si presenta come complessa, caratterizzata da un’apparente amnesia riguardo al gesto commesso. Il libro scritto da Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, due criminologi che hanno seguito Stefania in alcuni incontri ravvicinati, raccoglie le sue parole e riflessioni in un formato intervista. Il testo “Io volevo ucciderla” è stato pubblicato nel 2022 da Raffaello Cortina Editore con 448 pagine, un’analisi approfondita che ha poi ispirato il film diretto da Leonardo Di Costanzo.

Il film, prodotto da Tempesta con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution, mostra la protagonista Elisa che emerge da dieci anni di carcere senza ricordare il motivo dell’omicidio della sorella. Un incontro con un criminologo diventa la chiave per la sua riflessione e comprensione di sé. Nel passaggio dalla storia vera al racconto di finzione emergono differenze importanti, come la figura del padre, con un profilo diverso rispetto alla realtà. Il film tenta di tradurre in immagini e dialoghi il viaggio interiore di una donna alla ricerca della propria verità.

Il percorso di consapevolezza durante la pandemia

Le interviste con Stefania erano partite prima della pandemia del Covid-19, in un momento in cui i criminologi utilizzavano una serie di colloqui semi-strutturati e narrativi. Questi incontri permettevano alla donna di raccontare cosa provava e pensava prima del fatto criminoso. Dopo tre appuntamenti di questo tipo, il lockdown ha bloccato la possibilità di incontri in carcere. I contatti ripresero però attraverso canali online, dando vita a un percorso diverso da quello previsto.

Durante questo momento di isolamento, Stefania ha fatto un passo decisivo, proponendo una verità completamente differente da quella emersa in tribunale. Ha ammesso di aver voluto commettere l’omicidio, rompendo così il racconto tradizionale di una dissociazione e una memoria assente legata a problemi neurologici. Questa nuova consapevolezza è stata definita “solitudine riflessiva” ed è stata trattata nel film con la rappresentazione di uno scontro diretto fra la protagonista e il criminologo. Per Ceretti e Natali, questo è stato un momento che ha rivoluzionato anche il loro approccio di ricerca e analisi.

La trasformazione del racconto e il dibattito etico

Nel processo, Stefania risultava incapace di spiegare o ricordare il gesto criminale, attribuendo la sua condotta a un vizio di mente parziale dovuto a un danno al lobo parietale destro. Questo la rendeva una persona senza piena consapevolezza della propria azione, senza poter mettere in parole il proprio vissuto. La nuova presa di coscienza ha segnato un cambiamento profondo sia nella sua storia sia nel modo di lavorare dei due criminologi. È nato un impegno a non limitarsi alla semplice raccolta di testimonianze, ma ad accompagnare un percorso trasformativo e condiviso.

La responsabilità ora non paralizza più, ma si trasforma in coscienza e riconoscimento del valore negativo dell’azione compiuta. Questo passo ha spinto Ceretti e Natali a considerare un modo diverso di raccontare e intervenire, andando oltre l’analisi teorica per offrire un sostegno che entra nel cuore della vicenda con una dimensione umana e rieducativa.

Il rapporto tra la storia vera e il film

Stefania Albertani ha avuto modo di rileggere il testo dell’intervista e la sceneggiatura cinematografica. Non ha fatto nessuna modifica ai contenuti e ha condiviso ogni fase del lavoro, confermando così la fedeltà sostanziale alla sua esperienza di vita. Nonostante le differenze narrative e formali, soprattutto riguardo alla rappresentazione della figura paterna e alcune dinamiche di finzione, il racconto mantiene intatto il senso originario.

La scelta di trasformare questa vicenda in un film ha permesso una nuova visibilità e una riflessione più ampia sul tema della responsabilità personale e della memoria nel crimine. I collegamenti tra il libro e il film mostrano un percorso legato sia all’esperienza soggettiva di Stefania, sia alle prospettive aperte da uno sguardo criminologico diretto e articolato.

Prospettive di giustizia riparativa e futuro del percorso

Il percorso di consapevolezza raggiunto da Stefania con i criminologi non è un punto d’arrivo, ma un inizio per possibili sviluppi futuri. Il criminologo Adolfo Ceretti, tra i promotori della giustizia riparativa in Italia, sottolinea come questa esperienza sia una dimostrazione della possibilità per una persona di assumere la responsabilità del proprio gesto.

Fra le speranze rimane quella di poter aprire un dialogo riparativo con una vittima specifica, un “altro difficile” che possa rappresentare un canale per comunicare e confrontarsi. Al momento Stefania non ha più rapporti con i suoi familiari, tranne un fratello che si è allontanato dopo l’omicidio. Si parla della necessità di individuare una figura, magari un genitore che ha subito una perdita, con cui iniziare questo tipo di confronto umano e giudiziario che può segnare una tappa cruciale di recupero e restituzione.