Trump prende di mira lo Smithsonian con una lista di 26 opere criticate per contenuti “Woke” nei musei federali
La disputa su arte e storia negli Stati Uniti torna a infiammarsi a Washington. La Casa Bianca ha inviato allo Smithsonian, la rete federale di musei e centri di ricerca della capitale, un elenco di 26 opere e iniziative giudicate non conformi alle norme di diversità e inclusione promosse dall’amministrazione Trump. Alcune rappresentazioni artistiche hanno suscitato critiche e accuse di censura.
La rete dello Smithsonian nel mirino della Casa Bianca
Lo Smithsonian Institution comprende 21 musei, biblioteche, centri di ricerca e uno zoo situati a Washington, D.C. L’istituto conserva e presenta importanti testimonianze di storia americana, cultura e scienze. Nel 2025 è finito al centro di una controversia politica. La presidenza Trump ha accusato lo Smithsonian di promuovere un’ideologia “woke” e di offrire una visione distorta della memoria nazionale. Secondo la Casa Bianca, le esposizioni metterebbero in evidenza solo aspetti negativi come la schiavitù o la discriminazione, trascurando una narrazione più positiva e patriottica degli Stati Uniti.
La rete include sedi di rilievo e, essendo sotto controllo federale, il governo ha un ruolo decisivo nella supervisione dei contenuti. Nel 2025 la Casa Bianca ha intensificato il monitoraggio della programmazione culturale in vista del 250° anniversario del Paese, richiedendo una revisione per assicurare che i contenuti riflettano la visione storica sostenuta dall’amministrazione.
Le opere d’arte contestate: quali contenuti hanno suscitato critiche
Tra i 26 elementi segnalati allo Smithsonian, alcune opere hanno provocato polemiche. Un dipinto di Amy Sherald raffigura una donna afroamericana e transessuale vestita come la Statua della Libertà. Quest’opera, definita da Trump e dai suoi collaboratori “controversa”, è stata indicata come esempio di una narrazione che, secondo loro, contrasta con tradizioni culturali considerate fondamentali.
Un’altra opera segnalata è il quadro “Fuga in Egitto: Profughi che attraversano il muro di confine per entrare in Texas” di Rigoberto González. Qui la scena di una famiglia di migranti viene paragonata a quella della Sacra Famiglia del Vangelo. Questa immagine ha acceso il dibattito politico perché rilegge la storia dell’immigrazione con toni simbolici e religiosi, mettendo in discussione la visione corrente sull’identità nazionale.
Altre iniziative sotto accusa includono un’infografica del Museo nazionale di Storia Afro-Americana, realizzata nel 2020 durante le proteste del movimento Black Lives Matter. Quel materiale presentava una descrizione critica della cosiddetta “cultura dominante bianca” in termini di famiglia e religione. L’infografica è stata poi rimossa, ma resta un simbolo delle tensioni su come raccontare il passato.
Sono finiti sotto tiro anche i ritratti realizzati da Hugo Crosthwaite su figure controverse o di rilievo come Anthony Fauci, Angela Davis e Claudia De la Cruz, quest’ultima candidata socialista per le presidenziali del 2024. La presenza di questi volti in spazi pubblici ha attirato critiche da parte di esponenti dell’amministrazione per motivi politici e ideologici.
La reazione politica e il confronto con la censura storica
La pubblicazione della lista e le dichiarazioni della Casa Bianca hanno suscitato una forte reazione da parte dell’opposizione. Diverse voci hanno definito la mossa una forma di censura pesante, paragonandola alle misure adottate in Germania durante il regime nazista contro l’“arte degenerata”. Questo confronto è stato richiamato da artisti e critici, tra cui lo stesso Rigoberto González, che hanno denunciato la censura e la chiusura al pluralismo culturale.
La critica si concentra sul tentativo di limitare la libertà artistica e di influenzare la narrazione storica attraverso la rimozione o la censura di opere che raccontano esperienze di comunità e minoranze in modo articolato. Il confronto invita a riflettere sul ruolo dei musei e delle istituzioni culturali nel rappresentare la società e le diverse identità.
L’eco politica della campagna di Trump contro arte e cultura
L’attacco allo Smithsonian fa parte di una più ampia strategia di Donald Trump contro ciò che definisce “l’ideologia woke” nelle istituzioni culturali. Nel 2025 questa linea si è rafforzata, estendendosi anche ai musei nazionali e alle loro esposizioni su temi di razza, immigrazione e sessualità. Il presidente ha definito i musei “l’ultimo segmento rimasto” a diffondere contenuti contrari alla sua visione politica.
La Casa Bianca ha ordinato revisioni e controlli sui programmi espositivi dello Smithsonian e di altre istituzioni in vista del 250° anniversario degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è assicurare che il racconto storico rifletta il patriottismo, evitando di mettere in evidenza aspetti divisivi o scomodi legati a razza e identità. Questa iniziativa ha acceso un dibattito acceso negli ambienti culturali, aprendo uno scontro sul ruolo dei musei come luoghi di memoria e interpretazione della storia.
La discussione resta aperta e lo Smithsonian continua a essere un punto centrale in questo confronto politico e culturale, confermando come arte e narrazione storica siano temi di forte tensione nello scenario americano del 2025.
