Tu chiamale se vuoi evasioni: dai fasti aulici di Dior alla crestomazia di Armani Privé

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Dior Hc Ss24 Backstage © Elena Dottelonde 3

Quando si pensa a Dior viene subito in mente l’alta moda, è un’equazione inevitabile. Un’idea ben presente anche a Maria Grazia Chiuri che dal 2016 regge lo scettro di direttrice artistica della maison per il womenswear (la moda uomo è affidata invece a Kim Jones) portando avanti un discorso progressista basato sulla valorizzazione estrema del mondo femminile e delle sue istanze politiche e sociali; un mondo che peraltro Monsieur Dior, pur non essendo un femminista ante litteram, amava molto tanto da trasformare le donne in fiori. Stavolta la stilista ha pensato a un dialogo a distanza con le opere ‘Aura’ dell’artista Isabella Ducrot che è francese ma vive a Roma e che spesso nei suoi dipinti rende gli abiti femminili protagonisti rappresentandoli in modi stilizzati e graficamente astratti. Da questa affinità elettiva è nato il défilé haute couture di Dior per la primavera 2024 che parte da uno studio contemplativo sui volumi e le forme, focus di ogni collezione di couture degna di questo nome. L’idea clou di questa sfilata è la rivalutazione di un tessuto che chi scrive ritiene il massimo del lusso: il moire. Nei suoi disegni che sembrano simulare i nodi del legno questo tessuto molto importante e quasi ieratico, noto anche come seta marezzata, e caro ad altri couturier come Ungaro, Ferré e Saint Laurent, richiama subito alla mente gli abiti talari seicenteschi e la porpora cardinalizia perché è con questa stoffa che si realizzavano certe tenute ecclesiastiche dalla vena aulica. Ora però il moire viene qui sdrammatizzato e reso meno pomposo per adattarsi alle esigenze delle donne di oggi. Gonne lunghe fin dal mattino e abiti regali, ideali per una udienza alla corte di Windsor o per un matrimonio blasonato, caratterizzano lo show che mette l’accento sulla desessualizzazione dell’abito, un principio molto caro alla designer che qui si esprime al suo apice. Le donne oggi secondo Chiuri non vogliono essere necessariamente seducenti o comunque non devono mai esserlo in modo scontato o per attirare attenzioni maschili non sempre così opportune, considerata l’allarmante escalation nella cronaca di violenze di genere. Non a caso quindi le princesse, le evanescenti cappe da sera, le toilettes di gala degne di un cigno nero, gli austeri abiti da cocktail all’Escorial e perfino le giacche Bar si discostano parecchio dalla silhouette anatomica ricordando più le creazioni di Marc Bohan che quelle di Christian Dior che con la ligne corolle, ricordiamo, ripristinò il corsetto e quindi l’enfasi dell’abito sul corpo femminile in antitesi a Chanel e Balenciaga. Molti embellishments dei look di stagione sono davvero notevoli e raffinati, soprattutto certi ricami floreali anni ’50 ispirati al Settecento rococò eseguiti con nastri, perle, micro cristalli e filo di cotone su una base di tulle o di corposa seta gialla in omaggio ai virtuosismi artigianali che solo petites mains esperte come quelle dell’atelier di Avenue Montaigne potrebbero oggi realizzare. E per la stilista di certo il lavoro sartoriale è un fatto intimo e personale, quasi sentimentale. Vero è però che, se si esclude la purezza magistrale di certe mises architettoniche che riprendono il modello d’archivio Cigale del 1952 oggi riproposto in differenti versioni, è difficile apprezzare da vicino questi meticoli preziosismi soprattutto in uno show così pletorico e in una location così ecumenica come quella solitamente prescelta dalla maison parigina per le sue sfilate. Inoltre lascia un po’ perplessi a onor del vero la riflessione della designer sulla funzionalità dell’abito di alta moda, un tema cruciale che qui, pur non inficiando affatto il valore artistico della impeccabile costruzione sartoriale delle creazioni Dior, poco ha a che fare con quello che la couture con alterne vicende rappresenta fin dall’Ottocento: sperimentazione, visione immaginifica spesso estrema e soprattutto avant-garde e libertà creativa. Quando indossano un abito d’alta moda che è soprattutto eveningwear e cerimonia habillée (per il daywear ormai dagli anni’90 le clienti della couture ricorrono al ready-to-wear), alle donne piace sognare, sentirsi davvero speciali e vivere in un incantesimo avulso dalla realtà. E magari somigliare a Natalie Portman, vestita di una scenografica mise Dior sul red carpet dei Golden Globes, anche se ciò dovesse sacrificare la funzionalità perché lo scopo della moda in fondo è da sempre farci apparire più belli e seducenti. E perché no? Anche sexy e glamour. Per quale ragione altrimenti le donne continuano a patire la tortura dei tacchi? Del resto nel front row del défilé Dior, a pochi passi da Marisa Berenson, Carla Bruni e Beatrice Borromeo, sedeva anche Rihanna che certo non è mai stata in vita sua una morigerata madre badessa. La funzionalità e la desessualizzazione degli abiti restano quindi una utopia e una dichiarazione di intenti smentita perfino dal parterre, ergo dalla scelta delle ospiti illustri. Infine esiste un rischio concreto quando si forzano i limiti della couture in nome di una presunta funzionalità: si rischia cioè di industrializzare l’alta sartoria, unica vera eccellenza superstite nella strampalata moda di oggi, privandola di qualunque valenza simbolica o semantica e quindi compromettendone l’esistenza, il senso e la longevità nell’immaginario collettivo. E se la couture perde la sua aura di sogno e magia come vendere poi scarpe, borse, occhiali e profumi che sono il vero business di una maison del lusso? Qualcosa su cui riflettere. C’è tanta magia e anche tanto bling invece nella romantica sfilata di Armani Privé applaudita non a caso nel parterre da Gwyneth Paltrow, Glenn Close, Juliette Binoche e Ronaldo. Lo stilista dai capelli d’argento, pur avendo fatto della funzionalità la sua religione (la giacca destrutturata non è certo l’opposto della praticità), quando si accosta alla couture lo fa come se visitasse una cattedrale, tenendo sempre a mente la sua destinazione finale: far sognare a occhi aperti. Lo stesso stilista che l’altra sera al Palais de Tokyo ha mandato in scena una summa della sua estetica e del suo lavoro come stilista di collezioni sartoriali esclusive su misura – ricordiamo però che in fondo anche certe sue creazioni del pret-à-porter femminile degli anni Ottanta e Novanta venivano paragonate da tanta stampa alla couture per la preziosità delle stoffe e la opulenza doviziosa dell’apparato esornativo – è ben consapevole che oggi voler fare una couture a regola d’arte che sappia creare un incantesimo può essere molto coraggioso e forse inviso. Questo è pacifico. Il designer ha perfino dichiarato nel backstage che lo scopo della moda in questo momento potrebbe essere anche quello di distogliere la nostra attenzione dagli orrori che ci circondano, esaltando così la dimensione escapista della couture con una rassicurante carrellata antologica dei suoi must, epitome della solidità di uno stile senza tempo. Come dargli torto? E di sicuro ci è riuscito con le 92 uscite della sua sfilata fra molli pantaloni alla turca che citano Poiret o con certi fastosi orientalismi, da sempre la sua cifra, o ancora con i fiabeschi abiti da ballo che sono realizzati grazie a una serie di 400 fazzoletti di chiffon en dégradé sovrapposti, i migliori dello show: 600 ore di lavoro tanto per dare una idea. Pare che quella mandata in passerella l’altra sera a Parigi da Re Giorgio sia la collezione più costosa della storia di Armani Privé. Che piaccia oppure no quindi Armani, che a luglio spegnerà 90 candeline, ha uno stile altamente riconoscibile con una brand awareness che pochi possono vantare nella storia della moda. Pertanto le sue soluzioni stilistiche, cromatiche e sartoriali rispecchiano fedelmente e con coerenza la sua visione creativa. Come deve essere; e oggi non è poco. Anche questa in fondo è una forma di audacia creativa nonostante sembri legittimare l’esistenza di un grande classico istituzionalizzandolo. E allora che Armani sia.

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