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L’oro di Napoli – Ulisse attraversa il golfo di Napoli

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Il mito di Ulisse e del suo fatale incontro con la sirena Parthenope nelle acque del Tirreno.

Questa volta vi narreremo dell’inganno di Ulisse e dell’origine di una città leggendaria che vanta oltre tre millenni di storia ininterrotti.

Napoli è molto più antica di quello che si crede; la sua origine è tutt’oggi avvolta nel mito e con ogni probabilità resterà esiliata nella leggenda per sempre. Molto tempo prima che i greci dell’Eubea di Calcide fondassero Cuma, nei Campi Flegrei, dando vita a quella che sarebbe poi diventata la prima città della Magna Grecia, il bacino del Mediterraneo occidentale era da tempo frequentato da popolazioni provenienti dall’Egeo che, spinti dalla sete di conoscenza e dalle necessità di intrecciare nuovi rapporti commerciali, cominciarono a solcare rotte ignote e ricche di fascino che più tardi sarebbero state immortalate per l’eternità da Omero e dagli aedi dell’antica Grecia.

Secondo la tradizione Parthenope fu fondata tra l’isolotto di Megaride e Pizzofalcone nel VII secolo a.C. da un gruppo di coloni greci provenienti da Cuma e dall’Eubea. Tuttavia, come riportato dagli stralci degli antichi autori, e da pochi ma importanti frammenti archeologici ritrovati tra Capri, Sorrento e la costa partenopea, la baia ai piedi del Vesuvio, con ogni probabilità, era costellata da piccoli approdi ellenici già 16 secoli prima dell’avvento di Cristo, ben 3600 anni fa. Un’epoca remotissima e precedente sia all’esodo israelita narrato dalla Bibbia che alla leggendaria guerra di Troia.

Ed è proprio da quest’ultima incredibile epopea che l’origine di Napoli e della costa tirrenica sfuma nel fascino immortale della leggenda; con quei nomi che rievocano imprese epiche destinate a risuonare per l’eternità, nomi che ancora oggi vorticano tra i costoni a strapiombo sul mare e tra le azzurre insenature del golfo accompagnati dal vento in una morsa asfissiante fino ai giorni di nostri: Ulisse, Enea, Parthenope e Falero.

La guerra di Troia fu un vero e proprio spartiacque per la civiltà del bronzo e per la storia dell’antica Grecia. Quel terribile evento, sapientemente arricchito da Omero e narrato nella sua Iliade, fu il preludio all’Odissea, l’altro famoso poema tramandato dall’aedo ellenico, che narra le vicende di Ulisse nel suo viaggio attraverso le acque del Mediterraneo.

Fu durante questo tormentato viaggio che secondo la tradizione locale l’eroe di Itaca lambì le coste partenopee, attraversando per intero il golfo ai piedi della montagna. Ulisse giunse con la sua nave nera tra le isole Sirenussai, a largo della penisola sorrentina – oggi conosciute come Li Galli – attratto dal canto mellifluo e diabolico delle tre ancelle di Persephone: Ligeia, Leucosia e Parthenope. La cupidigia di queste bellissime e inquietanti divinità non conosceva ostacoli, i loro cinguettii mortiferi erano conosciuti in ogni angolo del mondo antico, incubo e tormento per qualsivoglia navigante che si apprestava a salpare per mare. Nessun uomo poteva infatti resistere al canto ammaliatore di quegli esseri metà donna e metà uccello, nessuno poteva opporsi a quel richiamo divino capace di svelare le vicende del passato e quelle del futuro, e di infondere conoscenza illimitata a chi le prestava orecchio. Una sfida alla quale Ulisse l’astuto non poteva sottrarsi, lui che ardeva di conoscenza, aveva fatto tesoro dei consigli offerti dalla Maga Circe, escogitando quindi un piano per sottrarsi alla morte e lasciarsi travolgere dall’irresistibile canto delle sirene. L’eroe di Itaca tappò dunque le orecchie dei compagni con dei grumi di cera e si lasciò legare all’albero della nave, ordinando che se mai avesse preteso di essere liberato, essi dovevano stringerlo con nodi più stretti.

Ulisse fu investito dalla conoscenza divina e atterrito dal canto di gloria delle sirene ma sopravvisse a quella prova con l’astuzia, respingendo le parole di miele di Parthenope e delle sue compagne. Un fallimento che tormentò il nume al punto da costringerla al suicidio. Affranta dalla tempra e dall’insensibilità di Ulisse, Parthenope si lasciò morire lanciandosi da un dirupo e il suo corpo fu trascinato dalle onde fino a naufragare su di un istmo di roccia gialla, una propaggine che si allungava nel mare del golfo, e che gli antichi greci chiamavano Megaride. Proprio su quella roccia, dove più tardi sorgerà la villa di Lucullo e il Castel dell’Ovo, gli antichi trovarono il corpo senza vita di Parthenope, – con gli occhi chiusi nel bianco del viso e i lunghi capelli che ondeggiavano nell’acqua – ed eressero in suo onore un magnifico sepolcro raccontato da ogni autore antico.

Ma il mito non finisce qui…

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