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Un amore pericoloso II – Le avventure di Caputo

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DOVE ERAVAMO RIMASTI (Leggi l’episodio precedente)

Una moto con due balordi in sella sfreccia davanti al commissariato, il sole è caldo e la signora della merceria è alle prese nella conta delle monete chinata sul bancone. Carlo spinge quel che basta la porta di vetro per entrare, due giovani agenti fermi vicini a quel distributore infernale di bevanda colorata ridono, forse si staranno raccontando le avventure della sera precedente, con quelle due biondine della Costa Brava in Erasmus  a Napoli.

“Carlo dimmi, che notizie hai?” dice l’ispettore Caputo appena il suo vecchio amico giornalista è sotto l’uscio della porta.

“Buongiorno eh, come se mi avessi salutato” risponde ironicamente Carlo.

“Ma se ci siamo lasciati 1 ora fa?” dice Caputo, scoppiano a ridere sotto lo sguardo distratto dell’agente Esposito che sta pensando di voler cambiare casa, quella dove vive è troppo piccola e poco luminosa. Ma trasferirsi costa troppo, preferisce andare negli Stati Uniti in vacanza a luglio, così ne approfitta per vedere il suo fratellone.

“Ispettore, lei è lento, qui si fanno indagini alla velocità della luce: ho fatto un po’ di domande in giro, ed un ragazzino mi ha detto che il compagno della donna morta, un certo ‘Enzolone‘ – penso per la sua statura – è il fratello di un boss locale della zona, colui che gestiva il traffico di droga” dice il giornalista a Caputo.

Esposito, Esposito, facevo prima io a cercare le informazioni che tu con quel coso là” l’ispettore si rivolge al suo assistente dopo aver scoperto che Carlo ha avuto informazioni prima di loro. “Andiamo a fare due chiacchiere con ‘Enzolone’ di Forcella” continua Caputo alzandosi e dirigendosi verso l’uscita.

Deve morire, subito. Sa troppe cose ed è per colpa tua. Questa va alla Polizia a raccontare tutto” due uomini, seduti in un bar parlano a bassa voce con l’assordante rumore delle slot machine che copre il loro vociferare. Si guardano negli occhi, quello più alto abbassa la testa come se fosse stato punito ed annuisce. Il cameriere è fermo immobile vicino al tavolo aspettando di poter prendere i bicchieri, come se fosse paralizzato. “Oh, prendi ‘ste cose e vattenne.” dice l’uomo dall’aspetto tozzo ed i capelli rasati all’esile 15enne che indossa una polo blu con su scritto il nome dell’attività commerciale.

Divano ricoperto da tessuto a fiori color oro, tavolino di cristallo, parete attrezzata di legno lucido con pomelli a forma di toro, pareti con affreschi in argento. L’oro è una costante; Caputo, Esposito ed Enzolone sono seduti in cucina, due parlano, il terzo si guarda intorno come perso nel vortice di quel gusto dell’orrido.

“Lo volete il caffè Ispettò?” chiede il compagno della donna deceduta a Caputo facendo una smorfia con la bocca. L’Ispettore declina l’invito e continua l’interrogatorio.

“Enzo, secondo alcune ricerche abbiamo scoperto chi sia tuo fratello” dice Caputo al suo dirimpettaio che lo interrompe con irruenza: “Ispettore, non voglio avere niente a che vedere con mio fratello, ha sbagliato ed ha pagato. Io sono un’altra cosa” ci tiene a mettere i punti sulle ‘I’ Enzolone di Forcella.

“Chi c’era in casa quando è accaduta la tragedia?”

“Ispettore io ero a casa di amici a 100 metri da qui. In casa con Maria c’erano i ragazzi: mia figlia di 10 anni e le due sorelle di 17 e 20 anni con i fidanzati. Quando hanno sentito un rumore assurdo, si sono affacciati ed era successo quello che è successo” racconta l’accaduto Enzo con una freddezza indescrivibile. Come se avesse imparato a memoria la filastrocca.

“Capisco. E lei di cosa si occupa nella vita? Che lavoro fa? Maria lavorava?” chiede Esposito all’uomo.

“Maria cresceva i ragazzi, che è più di un lavoro. Io sono in cassa integrazione, lavoravo in una impresa di pulizie del quartiere ma ha dovuto chiudere per la crisi. Ah, questa crisi” risponde Enzo.

“Mi scusi Enzo per l’invadenza, però mi chiedo come possa permettersi, a questo punto, un televisore da oltre 5mila euro ed una casa in cui l’oro non manca. Forse fa qualche lavoretto a nero?” ora Caputo incalza Enzolone fissandolo dritto negli occhi a mo’ di macchina della verità.

“Ispettore così mi offende però. Io sono pure caduto in depressione quando ho perso il lavoro. Quella tv ce l’hanno regalata i nostri parenti quando ho fatto 50 anni. Sa, la nostra famiglia è grossa, hanno fatto una colletta” risponde Enzo con l’aria indisponente di chi sa mentire.

L’Ispettore Caputo, con la sua nota poca pazienza, inizia a battere con nervosismo il piede a terra, Esposito se ne accorge e lo guarda come se volesse dirgli: “Stai calmo, non agitarti”.

Una valigia enorme cade sulla gamba di Esposito, centinaia di persone rinchiuse in pochi vagoni, l’aria è poca ed un lezzo condisce quel viaggio in metropolitana.

Qualcosa non mi torna, perché Enzolone avrebbe dovuto uccidere Maria? Accertati che l’indagine grafica del post – it sia a buon punto. Dobbiamo capire se l’abbia scritto davvero lei” dice Caputo all’Agente che gli è ad un palmo di mano a causa del poco spazio.

Stanza buia, l’unica luce è quella proveniente dalla tv sintonizzata su un canale del digitale e trasmette una vecchia partita di calcio, su di una poltroncina in pelle c’è Caputo dormiente con un libro aperto sul petto. Come ogni volta si ritroverà tra 4 o 5 ore ancora così. Poi, con un balzo felino indosserà quel che resta del suo pigiama e va a letto, nella fredda stanza scarna ed altrettanto buia. Squilla il telefono, l’Ispettore si sveglia, è Esposito: “Indagine grafica terminata, la grafia non è quella di Maria, qualcuno ha architettato il suicidio, ne sono certo”. Chiamata terminata, l’Ispettore è ancora in trans, assorbe l’informazione e ritorna a sognare. Una bambina con i calzoncini corti corre in braccio al suo papà, sono su di un terrazzo che affaccia su una campagna, una distesa di girasoli incornicia la dolce scenetta. Caputo si risveglia, e come ogni notte, senza saltare il consueto rito, va a letto. Questa volta senza pigiama, sono tutti in lavanderia. Dorme in mutande e canottiera.

CONTINUA…

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